UK, un’app contro le molestie

30 gen 2011 · News ed Eventi

Annunciato dai ricercatori della Lancaster University, il software Child Defense permetterà agli stessi utenti minorenni di individuare l’esatta età anagrafica dei propri interlocutori. A caccia di adescatori della Rete

Roma – Ad annunciarla sono stati i ricercatori di Isis Forensics, società legata a InfoLab21 della Lancaster University. Una particolare applicazione per i più svariati dispositivi mobile, che permetterebbe a tutti gli utenti minorenni del Regno Unito di individuare adescatori online e predatori sessuali.Questo specifico software è stato chiamato Child Defense e consentirebbe ai suoi utenti di scoprire la reale età anagrafica di un presunto ragazzino in cerca di amicizie online. L’app procederebbe alla scansione di una conversazione tenutasi su una chat o su piattaforme social come Facebook, in cerca di dettagli cruciali per lo smascheramento di potenziali pedofili.

Come? Il software annunciato da Isis Forensics sfrutterebbe gli ultimissimi aggiornamenti nelle tecnologie d’analisi del linguaggio, nel tentativo di individuare con la massima precisione la reale età anagrafica di un utente. Child Defense sarà poi capace di analizzare nel dettaglio le conversazioni avute sulla chat di Facebook.

Il tutto con conseguenze apparentemente minime per la privacy dei netizen. Stando ai suoi creatori, l’app potrà funzionare in maniera del tutto indipendente e cioè senza la necessità di inviare dati personali verso server in remoto. Saranno in pratica gli stessi utenti a procedere con la scansione e scoprire la reale identità del proprio interlocutore.

Child Defense ha subito scatenato le prime critiche, in particolare da parte delle stesse organizzazioni britanniche a tutela dei minori. Affidarsi – anche se non del tutto ciecamente – ad un software porterebbe i vari genitori d’Albione a vivere in uno stato illusorio di sicurezza.

Eppure gli stessi genitori britannici vorrebbero affidarsi ad applicazioni come Child Defense, preferendo soluzioni software ad una più faticosa educazione all’uso sicuro di Internet. Almeno stando a quanto detto dagli stessi ricercatori della Lancaster University.

Mauro Vecchio

Punto Informatico

PostePay o PayPal, quale carta prepagata scegliere per acquistare su internet?

29 gen 2011 · News ed Eventi

In Italia si sta diffondendo a macchia d’olio l’uso delle carte prepagate per effettuare acquisti sicuri su internet, senza correre il pericolo delle clonazioni delle carte di credito.

I conti correnti online, come ad esempio PayPal e  Moneybookers, associati agli account di posta elettronica crescono a dismisura, grazie alle loro caratteristiche di estraneità dal proprio conto corrente bancario e con costi di gestione e mantenimento pari a zero euro.

Per spendere il denaro ‘virtuale’ in acquisti su internet, viene preferito pagare tramite carta prepagata, in modo che in caso di clonazione viene perso esclusivamente l’importo presente nella carta.

Quindi vi consigliamo di caricare la vostra carta prepagata qualche minuto prima di effettuare il desiderato acquisto, trasferendo sulla carta l’importo necessario, evitando di lasciare cifre considerevoli sulla carta.

Ora vediamo quanto costa trasferire il denaro sulle carte prepagate più diffuse in Italia, con la PostePay e con  PayPal, acquistata nel 2002 da eBay Inc.

  • I costi di attivazione: di PostePay e PayPal sono identici è pari a 5 euro.
  • Gli importi minimi con cui ricaricare le due carte prepagate sono 5 euro per PostaPay, 10 euro per PayPal.
  • La spesa di ricarica della carta prepagata PostePay è di 1 euro, se l’operazione viene effettuata dagli sportelli delle Poste Italiane, mentre se la ricarica viene compiuta presso le ricevitorie Sisal/Lottomatica la spesa è di 2 euro. Per quanto riguarda la prepagata PayPal la spesa di ricarica è pari a 90 centesimi, indipendentemente se viene effettuata tramite bonifico oppure dai punti Sisal/Lottomatica.

PianetaTech.it

Fusione fredda, lo strano caso dell’Universita’ di Bologna

29 gen 2011 · News ed Eventi

Due fisici emiliani sostengono di aver concretizzato uno dei sogni più sfuggenti della ricerca. Il loro reattore a fusione funziona, ma non sanno spiegare come. La comunità scientifica resta scettica

Roma – Sta facendo molto discutere la recente “impresa” di Sergio Focardi e Andrea Rossi, ricercatori dell’Università di Bologna che sostengono di aver sviluppato un nuovo design di reattore nucleare “portatile” in grado di generare energia attraverso un processo di fusione atomica a temperatura ambiente. Nei giorni scorsi il reattore è stato presentato a un piccolo gruppo di spettatori e giornalisti, ma la comunità internazionale continua a professare scetticismo per via della mancanza di spiegazioni teoriche sul principio di funzionamento della tecnologia.In molti hanno provato a “ingabbiare” il processo chimico-fisico che si verifica al centro delle stelle – la fusione di due atomi in un elemento differente con la conseguente generazione di spaventose quantità di energia – replicandolo a temperature meno estreme di quelle esistenti nei succitati nuclei stellari. Tutti hanno sin qui fallito, o per lo meno non sono riusciti a passare l’indispensabile test del “peer review” – la valutazione di studi e ricerche da parte di scienziati terzi e pubblicazioni specializzate.

Altrettanto fallimentare è stato finora il tentativo di Focardi e Rossi, con il loro studio inesorabilmente bocciato dalle riviste di settore per mancanza di spiegazioni teoriche sul funzionamento del loro reattore. Ma i due bolognesi non si sono dati per vinti, hanno dato origine al “blog di esperimenti nucleari” Journal of Nuclear Physics e hanno invitato stampa e colleghi a presenziare alla prima dimostrazione pratica della loro tecnologia.

Il reattore di Focardi e Rossi fonde atomi di nichel e idrogeno generando rame e liberando grosse quantità di energia: l’elettricità necessaria per la sua accensione è di 1.000W, ma scende a 400W dopo pochi minuti ed è utile a produrre 12.400 W con un guadagno energetico 31 volte superiore alla corrente elettrica in entrata. I ricercatori stimano il costo di produzione elettrica a meno di un centesimo per Kilowattora, molto meno di quanto necessario agli impianti a carbone o gas naturale.

Per Focardi e Rossi il reattore funziona, e l’avvenuta fusione sarebbe confermata dalla produzione di rame e dal rilascio di energia corrispondente. Giuseppe Levi, scienziato dell’Istituto Nazionale di Fisica che ha collaborato all’organizzazione della conferenza stampa, conferma la produzione di 12 kW e pianifica di redigere un rapporto con le sue considerazioni sul reattore bolognese.

I due fisici emiliani ammettono di non essere in grado di spiegare il perché, il principio teorico su cui si basa la loro tecnologia, ma promettono di passare dalla fase di sperimentazione a quella della produzione di massa del reattore nel giro di tre mesi. Il nostro giudice sarà il mercato, dicono Focardi e Rossi, e il mercato giudicherà la validità del nostro lavoro spazzando via congetture, ipotesi e criticismo.

Alfonso Maruccia

Punto Informatico

Cerca un taxi con l’iPhone: arriva Taxi Italia

29 gen 2011 · News ed Eventi

Chiamare un taxi in alcune situazione può diventare quasi una battaglia, a questo proposito e per offrire un servizio più diretto e facile da utilizzare, arriva su App Store, una rivoluzionaria applicazione che permette di chiamare un taxi in qualsiasi ora del giorno e della notte e in qualsiasi posizione ci si trova semplicemente con un tap: parliamo di Taxi Italia.

Taxi Italia, sin dal suo avvio e sfruttando il GPS interno al nostro iDevice, traccia automaticamente la nostra posizione e cerca per noi il taxi più vicino, fornendoci anche l’elenco dei servizi taxi operativi 24 ore su 24.

In questo modo, anche quando ci si trova spaesati, basterà un fugace tap per recarci nel punto prefissato. Taxi Italia è disponibile su App Store al prezzo di 0,79 € cliccando il pulsantino qui di seguito.

PianetaTech.it

Firenze: scuola comunicazione web per PA

29 gen 2011 · News ed Eventi
Firenze: scuola comunicazione web per PA (ANSA) – FIRENZE, 25 GEN – Aiutare la pubblica amministrazione ad usare meglio il web per comunicare con i cittadini: e’ uno degli obiettivi del Centro di competenza Itaca-M (Information technology and computer aided mapping), il primo in Italia, nato dalla collaborazione tra Google, ministero per la PA e Universita’ di Firenze. Il Centro, attivo da oggi, ha sede nell’ateneo fiorentino. L’attivita’ sara’ focalizzata su formazione e progetti nel campo della ricerca e geolocalizzazione di informazioni su internet.

News di Tecnologia – ANSA.it

Visa lancia un nuovo accessorio per pagamenti tramite iPhone

28 gen 2011 · News ed Eventi

Tempo fa ho parlato che si stava lavorando ad un progetto che consentisse il pagamento con carta di credito per mezzo dell’iPhone e la modalità di pagamento descritta sembrava fantascienza: tramite contatto.

Proprio oggi, invece, Visa ha annunciato che a breve (entro pochi giorni) verrà lanciato il suo nuovo accessorio che prende il nome di iCarte.

iCarte, come si può vedere dall’immagine qui a sinistra, è un piccolo accessorio che si collega al connettore dell’iPhone come se fosse una batteria di supporto.

Gli utenti che vorranno utilizzare questo metodo di pagamento tecnologico non dovranno far altro che collegare iCarte al proprio iPhone e installare l’applicazione presente in App Store, Visa Mobile (gratuita) che gestirà i metodi di pagamento.

iCarte ha un chip hardware (Secure Element) al suo interno che consente il pagamento solo sfiorando il dispositivo POS del rivenditore che consentirà questo metodo di pagamento definito “Contantless“.

Durante un pagamento con iCarte non verrà richiesto nessun codice PIN per la transazione che verrà poi richiesto “una tantum” solo per una questione di sicurezza in maniera tale da garantire che iCarte venga utilizzato sempre dallo stesso proprietario.

iCarte consentirà di registrare anche diverse carte VISA non necessariamente una sola e potrà essere richiesto alla propria banca o al proprio gestore telefonico.

iCarte è prodotto da Wireless Dynamics e sarà compatibile con iPhone 3G, iPhone 3Gs e iPhone 4 con firmware superiori al 3.0.

PianetaTech.it

Google Cloud Print, stampa mobile

28 gen 2011 · News ed Eventi

Mountain View rilascia la prima beta del servizio che consente di stampare via telefonino. Una nuvola d’inchiostro che ci seguirà ovunque

Roma – Stampare un documento di testo direttamente dal telefonino, senza preoccuparsi dei driver installati o delle configurazioni di rete. Il servizio Cloud Print messo in piedi da Google espande i suoi orizzonti e mette i bastoni tra le ruote della tecnologia AirPrint disponibile sui device Apple.Nell’incarnazione mobile della nuvola, appena distribuita in versione beta, anche gli utenti dotati di smartphone e tablet potranno stampare su carta un documento di testo o avviare la stampa di una email, direttamente dal client Gmail. Il servizio, compatibile i terminali iOS e Android, funziona soltanto sui terminali che supportano l’HTML5.

Sfruttando il collegamento ad Internet, Google Cloud consente di avviare la stampa in remoto, da qualsiasi luogo. Passando dalla versione mobile di Gmail è anche possibile stampare alcuni tipi di allegati email, come come i pdf o i doc, cliccando sull’apposito link che compare vicino all’oggetto. Per quanto riguarda il discorso privacy, Google assicura che le informazioni relative ai file verranno conservate solo per il tempo necessario al completamento del lavoro.

Del resto, sulla nuvola in questione smartphone e computer devono dialogare tra loro proprio per raccogliere i dati relativi alle opzioni di stampa. In ambito desktop, il servizio Google Print Service Cloud è già raggiungibile passando dall’ultima beta pubblica di Chrome.

Il PC che si occupa di riprodurre su carta i file dovrà necessariamente possedere questa versione del browser ed essere registrato al servizio Cloud Print, associato ad un account Gmail. Utilizzare macchine Mac o Linux per la stampa mobile non è ancora possibile.

Roberto Pulito

Punto Informatico

Facebook, la moneta ufficiale Da luglio si paga con “credits”

28 gen 2011 · News ed Eventi

Introdotta nel 2009 in via sperimentale, entrerà a regime a luglio la divisa ufficiale per comprare beni virtuali con soldi veri sul social network più popolare del mondo. Per ora nell’ambito dei giochi ma non si escludono altri utilizzi futuri

ROMA – Come i Beenz, la prima e sfortunata moneta del web. Come i Linden dollar del mondo di Second Life. La fase di test è finita e Mark Zuckerberg spera che il Facebook Credit, la divisa ufficiale per comprare beni virtuali sul social network più popolare, non faccia la stessa fine dei suoi predecessori. A partire dal primo luglio 2011, spiega sul blog aziendale Deb Liu, platform marketing manager di Facebook, “tutti gli sviluppatori di giochi per il social network dovranno adottare il meccanismo dei Credits per gestire i pagamenti”.

All’interno dei giochi potranno continuare a circolare dobloni o gemme, ma Facebook punta a unificare il sistema offrendo incentivi a chi adotterà i Credits come valuta esclusiva. Un sistema che prevede per lo sviluppatore il 70% del valore della transazione, mentre il restante 30% viene trattenuto da Facebook.

Introdotti nel 2009 in via sperimentale, con i Facebook Credits gli iscritti al social network acquistano regali e altri articoli virtuali in diversi giochi e applicazioni della piattaforma. Si acquistano (un dollaro per 10 Credits) con le principali carte di credito, PayPal e persino il cellulare. Attualmente sono utilizzati da circa 350 applicazioni sviluppate da 150 diversi soggetti.  L’anno scorso furono il pomo della discordia fra Facebook e Zynga, madre di successi come ‘Farmville’. Secondo le indiscrezioni di allora la percentuale trattenuta da Facebook era ritenuta “proibitiva” da Zynga, ma il braccio di ferro si risolse con un accordo quinquennale.

Per ora il colosso di Mark Zuckerberg punta a rafforzare la sua moneta nell’ambito dei giochi ma non esclude altri utilizzi futuri. Fra le ipotesi già formulate dalla stampa d’oltreoceano, Wall Street Journal in testa, c’è quella del possibile utilizzo dei Facebook Credits oltre il social gaming, puntando a conquistare una fetta di e-commerce.

Repubblica.it > Tecnologia

Google contro lo spam del search

28 gen 2011 · News ed Eventi

BigG ha annunciato misure più drastiche nella lotta alle content farm. Un nuovo classificatore avrà miglior fiuto nell’individuare parole chiave utilizzate a fini pubblicitari. Mentre una firma aiuterà gli utenti di Google Apps

Roma – Si intitola problemi in casa Google ed è un recente post firmato da Jeff Atwood, co-fondatore della piattaforma per sviluppatori StackOverflow. Un intervento che non ha risparmiato le più amare critiche nei confronti del motore di ricerca più usato del web, reo di aver permesso a spammer e affini di proliferare piuttosto liberamente tra i meandri del suo search. L’interrogativo di Atwood è stato poi ripreso ai quattro angoli della Rete: cosa sta accadendo alla tanto decantata qualità dei risultati di BigG?Una domanda forse cruciale, stimolata da centinaia di messaggi di protesta ricevuti dal sito StackOverflow. Al centro delle accuse sono finite in particolare le cosiddette content farm, società specializzate nella realizzazione di contenuti di bassa qualità. Aziende come Demand Media andrebbero dunque a sfruttare quelle parole chiave più popolari su Google per poi ottenere ottimi posizionamenti nelle classifiche legate al ranking. Risultato? Contenuti di bassa lega – inutili per gli utenti – finiscono con il sovrastare i risultati invece di valore.

All’azienda di Mountain View non sono passate inosservate le critiche. Intervenuto in un post sul blog ufficiale di BigG, il responsabile per la Search Engine Optimization (SEO) Matt Cutts ha sottolineato come la qualità del search risulti migliorata, almeno in termini di rilevanza, esaustività ed aggiornamento. Il livello di search spam in lingua inglese sarebbe notevolmente diminuito rispetto a cinque anni fa, ancora minore se si considerano altre lingue. Ma Cutts l’ha poi ammesso: negli ultimi mesi sarebbero emerse leggere attività di spamming dai risultati di Google.

La Grande G si è così messa al lavoro, annunciando linee guida più severe nei confronti di società come Demand Media. È stato infatti annunciato il prossimo lancio di un rinnovato strumento di classificazione, affinché risulti più difficile salire nel ranking a partire da parole chiave popolari. Questo stesso strumento sarebbe dotato di un miglior fiuto per individuare quelle parole ripetute, spesso usate da blog e aziende per far salire contenuti pubblicitari. Cutts ha quindi spazzato via ogni dubbio sull’impegno del suo team nella lotta ai contenuti fraudolenti.

Un impegno preso dal suo collega Adam Dawes, che in un altro post ha annunciato alcune novità anti-spam per milioni di utenti di Google Apps. I vari messaggi di posta elettronica potranno essere inviati aggiungendovi una sorta di firma digitale, attraverso una specifica tecnologia chiamata DomainKeys Identified Mail (DKIM). In sostanza, il ricevente potrà capire se fidarsi o meno del messaggio, ottenendo uno strumento in più contro quei messaggi inviati dagli spammer travestiti da eBay o da PayPal.

Mauro Vecchio

Punto Informatico

USA, primo round contro lo streaming

28 gen 2011 · News ed Eventi

Nuovo assalto dei lottatori legali della Ultimate Fighting Championship (UFC) alla piattaforma Justin.tv. Se ne sarebbe infischiata di avvertimenti e minacce, già colpevole di aver trasmesso incontri in maniera illecita

Roma – I suoi temibili lottatori legali sono tornati all’attacco, sul ring infuocato che vede da tempo contrapposti i signori del copyright e i principali protagonisti dello streaming non autorizzato. I responsabili della piattaforma californiana Justin.tv dovranno ora vedersela con gli avvocati di Zuffa LLC, la parent company che gestisce il business multimilionario legato alle arti marziali miste dell’organizzazione Ultimate Fighting Championship (UFC).Una causa legale è stata recentemente avviata presso una corte dello stato del Nevada, nell’estremo tentativo di stroncare la trasmissione illecita di vari eventi organizzati da UFC. Zuffa LLC è attualmente responsabile di un giro d’affari pari a 380 milioni di dollari, provenienti dalla visione in pay per view dei vari incontri. Un business ostacolato dallo streaming di Justin.tv, che avrebbe permesso ad almeno centomila utenti di guardarsi un match in maniera del tutto gratuita.

Stando alla visione illustrata dai legali di Zuffa LLC, i responsabili di Justin.tv non avrebbero mai fatto alcunché per bloccare le trasmissioni, infischiandosene del continuo sollecito dei legali della società. L’indifferenza mostrata dalla piattaforma avrebbe costretto i detentori dei diritti al regolamento dei conti in un’aula di tribunale. Partendo dal presupposto che gli utenti di Justin.tv siano principalmente in cerca di contenuti in violazione del copyright.

Zuffa LLC e UFC si erano già mosse alla fine dello scorso luglio, cercando di convincere un giudice del Nevada ad emanare una specifica ordinanza contro i siti Justin.tv e Ustream. I legali della società avevano cercato di ottenere migliaia di indirizzi IP, oltre a farsi due calcoli per il potenziale rimborso da parte delle piattaforme. Cinque milioni di dollari erano stati stimati, dato che un evento dal vivo di UFC costa all’appassionato tra i 40 e i 50 dollari.

Mauro Vecchio

Punto Informatico

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