I batteri saranno gli hard disk del futuro?

25 dic 2010 · News ed Eventi

Arriva un’interessante scoperta direttamente dall’Università di Hong Kong, dove alcuni scienziati, certamente ambiziosi, hanno scoperto che è possibile immagazzinare dati direttamente sui batteri, per conservarli e recuperarli proprio come su una periferica di archiviazione di massa.

Sembra incredibile, eppure i primi test hanno dato esito positivo. I batteri “intelligenti” utilizzati per lo studio sono gli Escherichia Coli, che sono facilmente individuabili nelle zone intestinali di molte specie a sengue caldo, tra cui l’uomo e, a detta dei ricercatori, sarebbero talmente affidabili da garantire la resistenza dei dati al loro interno anche in caso di impulsi elettromagetici e radiazioni emesse da fallout nucleari.

Per i test sono stati archiviati all’interno dei batteri alcuni dati relativi alla Dichiarazione d’Indipendenza, che sono stati poi recuperati con successo utilizzando le capacità di ricombinazione genetica dei batteri per cifrare i dati secondo un modello replicabile.

In pratica, anche se siamo ancora lontanissimi dal traguardo, potremmo pernsare di avere un hard disk direttamente nel nostro intestino, anche se non è un’immagine proprio “affascinante”. Scherzi a parte, potrebbe davvero essere un’innovazione di infinita importanza, che cambierebbe drasticamente il futuro dell’elettronica per come la conosciamo ora.

In ogni caso gli ostacoli da superare sono ancora tanti, anche secondo Tim Middleton dell’Università di Cambridge, secondo cui il recupero dei dati una volta cifrati è “noioso e costoso”. Crediamo comunque che come per tutti gli altri ostacoli che si incontrano nello sviluppo tecnologico anche questo potrà essere superato grazie al progresso e alla ricerca. Noi attendiamo fiduciosi.

PianetaTech.it

EA e il futuro dei micropagamenti

24 dic 2010 · News ed Eventi

L’advertising interno ai videogame non rappresenterebbe più una sufficiente fonte di reddito. In crescita i meccanismi di microtransazioni introdotti da attori come Zynga

Roma – Si tratta di una buona notizia per tutti quei gamer che hanno sempre detestato la presenza di contenuti pubblicitari all’interno dei propri titoli preferiti. Ma al contempo di pessime novità per tutti quei publisher che hanno puntato sull’advertising come fonte primaria d’introito.Gli attuali sistemi di micropagamento sarebbero decisamente più redditizi dei messaggi pubblicitari interni ai videogame, almeno secondo un general manager del game publisher statunitense Electronic Arts (EA). Questa forma di business pubblicitario non sarebbe infatti cresciuta come aveva previsto la maggior parte degli analisti.

Colpa – o merito, a seconda dei punti di vista – dei metodi di pagamento introdotti da player come Zynga, uno dei massimi alfieri di quel fenomeno in costante crescita conosciuto come social gaming. Pagare anche pochi centesimi di dollaro per un’arma speciale frutterebbe di più che far apparire una determinata marca su un veicolo.

I micropagamenti rappresenterebbero dunque una forma molto più stabile di profitto, come provato da EA dopo l’uscita di Battlefield Heroes (che adotta sia le pubblicità interne che i meccanismi adottati dai social game). Il publisher a stelle e strisce aveva in quell’occasione stipulato un accordo con l’azienda produttrice di bibite Dr Pepper.

I gamer a stelle e strisce potevano in sostanza acquistare una lattina e sfruttare uno speciale codice per ottenere una bonus feature all’interno del gioco. Questo tipo di integrazione pubblicitaria avrebbe certo dato i suoi frutti, ma non sarebbe destinata – secondo EA – al successo su larga scala.

Mauro Vecchio

Punto Informatico

Maxi multa dell’Antitrust per i Power Balance

24 dic 2010 · News ed Eventi

Li indossano milioni di persone in tutto il globo, numerosi testimonial d’eccezione, in particolar modo sportivi, ne assicurano l’efficacia.

Di cosa stiamo parlando? Del famosissimo braccialetto Power Balance, che secondo l’azienda produttrice e la società distributrice promette di potenziare l’equilibrio, la flessibilità, la forza muscolare e la resistenza fisica.

In realtà, secondo l’Antitrust, si tratta di semplici braccialetti di plastica colorata totalmente privi di specifiche funzioni e quindi non possono in alcun modo aumentare le prestrazioni fisiche di un’atleta o di chiunque altro.
Proprio per questo l’Antitrust, cioè l’Organo garante della concorrenza e del mercato, ha inflitto alla casa produttrice Power Balance e alla società distributrice Sport Town due sanzioni amministrative per un’ammontare complessivo di 350 mila euro.

La maxi multa è arrivata a seguito di un’istruttoria avviata nel mese di agosto per pubblicità sul braccialetto realizzato in silicone e neoprene con un ologramma centrale, capace, secondo gli spot pubblicitari di potenziare le performance fisiche attraverso il magnetismo amplificato dell’organismo umano.

L’Organo garante della concorrenza ha stabilito che le tanto paventate proprietà possedute dal braccialetto di tendenza non corrispondono alla realtà, e ha deciso di sanzionare le società Power Balance Italy e Sport Town, con multe rispettivamente di 300mila e 50mila euro.

L’Antitrust ha inflitto le sanzioni pecuniarie alle due aziende perchè ha ritenuto che i messaggi pubblicitari riguardanti l’oggetto in questione siano «privi di ogni riscontro scientifico» e tali da indurre i consumatori «a compiere scelte di acquisto che altrimenti non avrebbero fatto».

L’Autorità ha adottato tale provvedimento a seguito della documentazione fornita dall’Istituto Superiore di Sanità, nella quale si certifica che non esiste alcuna dimostrazione scientifica in grado di provare gli effetti promessi dalle due aziende.

L’Antitrust ha inoltre imposto alle due società di pubblicare una dichiarazione rettificativa sui rispettivi siti web e, ha disposto che la Power Bilance Italy, pubblichi la medesima dichiarazione su alcuni organi di stampa nazionali.

PianetaTech.it

Open non e’ free, pubblicato non e’ pubblico

24 dic 2010 · News ed Eventi
Roma – Sono passati diversi anni da quando Ippolita insisteva sulla necessità di distinguere l’apertura al “libero mercato” propugnata dai guru dell’open source economy dalle libertà che il movimento del software libero continua a porre a fondamento della propria visione dei mondi digitali. “Il Software libero è una questione di libertà, non di prezzo”: l’open source si occupa esclusivamente di definire, in una prospettiva totalmente interna alle logiche di mercato, quali siano le modalità migliori per diffondere un prodotto secondo criteri open, cioè aperti. La giocosa attitudine hacker della condivisione fra pari veniva cooptata in una logica di lavoro e sfruttamento volta al profitto e non al benessere, sterilizzandone la potenzialità rivoluzionaria vissuta e individuata da Richard Stallman: “Freedom 3: Freedom to contribute to the community“.Muovendosi nella stessa ottica, Ippolita ha analizzato Google, un tentativo chiaramente egemonico di “organizzare tutta la conoscenza del mondo”. La logica open, coniugata alla filosofia dell’eccellenza accademica californiana, trovava nel motto “Don’t be evil” la scusa per lasciarsi cooptare al servizio del capitalismo dell’abbondanza, del turbocapitalismo illusorio della crescita illimitata. La favola è che more, bigger, faster sia sempre meglio. Tomorrow is another day, e sarà un giorno migliore, perché in sottofondo cova la fede nel miraggio incarnato dal bottone “mi sento fortunato”: una tecnica per definizione buona, figlia di una ricerca scientifica disinteressata, soddisferà tutti i nostri bisogni e desideri, immediatamente e senza sforzo, con un semplice click del mouse.

Purtroppo, questa pretesa di totalitarismo informazionale è meno ridicola di quanto potrebbe apparire. Appurato che non c’è più nulla da produrre, e soprattutto che la crescita illimitata è una chimera anche nel mondo digitale, la rincorsa al prossimo inutile gadget luccicante e rigorosamente touch screen potrebbe vacillare, la crisi di crescita dovrebbe essere dietro l’angolo.
Un minimo di consapevolezza dovrebbe soffiare sul nostro mondo esausto: invece di crescere correndo verso il baratro con le cuffie a tutto volume potremmo cominciare a guardarci intorno, guardarci in faccia, parlarci, scambiarci ciò di cui abbiamo bisogno, immaginare e costruire insieme qualcosa di sensato.

Messa in piedi questa gigantesca macchina tecnologica costituita di datacenter, di cervelli di prim’ordine e di codici open prontamente rinchiusi da NDA (Non-Disclosures Agreement) e simili, bisognava pur riempirla di qualcosa. Di qualsiasi cosa. Possibilmente spendendo il meno possibile o, meglio ancora, gratis. La produzione industriale del nulla sotto vuoto spinto doveva crescere, a costo zero e con profitti favolosi per i soliti noti, ma come?

La rete ormai era gettata. Piano piano, le connessioni a banda larga si sono fatte meno asimmetriche (soprattutto grazie agli investimenti e agli incentivi in perdita del settore pubblico, per “connettere” e colmare il “digital divide”…), le tariffe sono scese (ma rimangono ingiustificabilmente alte), la capacità di upload è aumentata. Ed ecco palesarsi la soluzione a tutti i problemi: riversare online i contenuti degli utenti. Quello che hanno sui loro computer, telefoni cellulari, apparecchi fotografici ecc. Ecco il frutto maturo dell’apertura al “libero mercato”: la possibilità di pubblicare per tutti. E il bello, per l’ideologia della crescita illimitata, è che il margine è enorme, il processo di “webbizzazione” è iniziato da poco e le prospettive sono favolose.

Infatti per ora si tratta perlopiù di metadati (tag, profilazione ecc.), la “nuvola” del cloud computing può crescere di molti ordini di grandezza, visto che gli strumenti per gestire i documenti online (Gdocs, Facebook Doc con Microsoft Fuselabs ecc.) sono ancora poco utilizzati. Una delle più efficaci armi di distrazione di massa mai messe a punto: dispensa gratificazione presso gli utenti dei vari servizi cosiddetti “web 2.0”, che non vedono l’ora di riversarsi nel grande mare nostrum dei social network (e perché mai dovrebbe essere “nostro”, se sta a casa di qualcun altro: Facebook, Flickr, Twitter, Netlog, YouTube, o altri?).

Siamo contenti e felici di avere sul tavolo e in tasca l’ultimo costoso strumento di auto-delazione dal basso, sempre connesso e con tanto di GPS integrato, con cui presto potremo fare acquisti dimenticando la carta di credito, perché chi deve sapere sappia sempre cosa ci interessa e ci piace, dove siamo, cosa acquistiamo, cosa facciamo, con chi ecc. E poiché i device sono sempre più piccoli e meno capienti, è facile prevedere un’esplosione dello stoccaggio dei dati personali online.

E siamo arrivati ai giorni nostri. A differenza di quando Ippolita gridava nel deserto dell’entusiasmo tecnofilo che forse non era il caso di mettere “tutto su Google”, dalle mail in su, perché la delega (anche semi-inconsapevole) segna l’inizio del dominio (in questo caso, tecnocratico), oggi molte voci si levano contro i social network, accusati di violare la privacy degli utenti. Di essere frutto di un’ideologia fintamente rivoluzionaria, perché Internet sarà anche un movimento sociale, ma quanto elitario e contraddittorio…
In particolare Facebook, dicono alcuni autorevoli commentatori, è un progetto basato sull’ideologia della “trasparenza radicale”, per cui è nella sua natura tendere a pubblicare indiscriminatamente ogni cosa, come dimostrano alcune mosse.

Bisognerebbe ricordare anche che i finanziatori di Facebook vengono dalla cosiddetta Mafia di Paypal, sono legati a doppio filo con i servizi di intelligence civili e militari, sostengono politici dell’estrema destra libertarian statunitense. Qualcuno si azzarda anche a notare, dall’osservatorio privilegiato di Harvard, che forse c’è una bolla dei social media, anche dal punto di vista economico, visto che nessuno ha ancora dimostrato che questi social media permettano di vendere meglio i prodotti personalizzati attraverso pubblicità mirate. Persino i supporter cominciano a temere le ambizioni di Facebook.

Al di là delle proposte concrete, piuttosto velleitarie (suicidio di massa su Facebook; Diaspora Project e Lorea per ricostruire un social network “libero”; reclami e petizioni alle varie Authority e ai vari Garanti ecc), qualcuno comincia a mettere il dito nella piaga. Il pubblico. Come “aprire” un codice non significa affatto “renderlo libero”, così “pubblicare” un contenuto non significa affatto renderlo “pubblico”. Al contrario. Continuando per comodità con l’esempio di Facebook, è proprio l’opposto: tutto ciò che viene postato diventa di proprietà esclusiva della società, (ri)leggetevi i TOS (Terms of Service). Ma come, non era stato pubblicato? Non era pubblico? Ma pubblicato non significa pubblico. In quasi tutti i casi del cosiddetto “web 2.0” significa, al contrario: privato, di proprietà di una multinazionale o comunque di una azienda privata. Abbiamo lavorato gratuitamente per quelli che cercheranno poi di guadagnare sulla nostra pelle, servendoci le pubblicità personalizzate che ci ammorbano sempre più.

Punto Informatico

Un 2010 in rosso per l’Italia in digitale

24 dic 2010 · News ed Eventi

di Guido Scorza – Banda larga e libertà di espressione, diritto d’autore e digitalizzazione della PA: il bilancio italiano. Non siamo stati un paese per Internet

Roma – La fine dell’anno è tempo di bilanci e di propositi per l’anno che comincia. Il bilancio del 2010, per quanto concerne le questioni legate alle regole della Rete ed alla politica dell’innovazione in Italia si chiude – e non è, sfortunatamente, la prima volta – in rosso.

Nella relazione al bilancio, con formula sintetica, potrebbe scriversi che i tentativi – in taluni casi riusciti ed in altri falliti – di mettere bavagli e legacci alla Rete ed ai contenuti che attraverso essa circolano, sono stati decisamente più numerosi delle proposte – in nessun caso attuate – di guardare ad Internet ed all’innovazione come ad uno stimolo e, soprattutto, come ad una opportunità di riconoscere ai cittadini nuovi spazi di libertà ed inedite opportunità di confronto, partecipazione ed accesso all’amministrazione della cosa comune.E-commerce, Amministrazione digitale, libertà di informazione, infatti, sono rimaste, per tutto il 2010, solo ambizioni, speranze ed obiettivi perseguiti con scarsa convinzione e, comunque, non raggiunti.

Uno spaccato assai poco confortante della situazione italiana l’ha offerto, dal suo osservatorio privilegiato, il Presidente Corrado Calabrò, nel corso di un’audizione dell’agosto 2010 dinanzi alla IX Commissione trasporti, poste e comunicazioni della Camera dei Deputati. Gli stessi “dati che ci vedono ai primi posti in Europa sul fronte dei prezzi dei servizi tradizionali e della concorrenza infrastrutturata ci classificano sotto la media UE per diffusione della banda larga… e siamo sotto la media anche per il numero di famiglie connesse a Internet, oltre che per la diffusione degli acquisti online e per il contributo dell’Information Communication Tecnology al prodotto interno” ha detto Calabrò. Che ha poi aggiunto: “Il nostro Paese è il fanalino di coda nel commercio e nei servizi elettronici. Le imprese vendono poco sul web; la quota di esportazioni legate all’ICT è pari al 2,2% e relega l’Italia al penultimo posto in Europa”. “Il futuro presuppone l’ultra banda, le reti di nuova generazione in fibra ottica con capacità di trasmissione sopra i 50 Mbit/s, mentre l’Italia ancora ha difficoltà – ha dichiarato lo stesso Calabrò – a chiudere il piano per il digital divide – che vuol dire, sostanzialmente, far accedere tutti oggi a internet alla potenza della tecnologia di ieri – e non si accinge a fare un passo decisivo verso la fibra”.

Non si tratta, sfortunatamente, di dichiarazioni pessimistiche ma, al contrario, di un quadro che riproduce fedelmente la realtà.

Nel 2010, gli investimenti nell’infrastruttura necessaria a garantire agli italiani l’accesso ad adeguate risorse di connettività a banda larga sono rimasti un miraggio e, anzi, nello scorso mese di novembre, il Comitato Interminestariale per la programmazione economica ha deciso di ridurre l’appostamento da 800 a 400 milioni di euro, destinati, peraltro, comunque a non essere spesi sino a quando – non è dato sapere né come né quando – il Paese non uscirà dalla crisi.

Non sono andate meglio le cose sul versante dell’amministrazione digitale che pure ha rappresentato il “tormentone” propagandistico del dicastero del Ministro Brunetta.
L’idea di regalare a tutti gli italiani un indirizzo di posta elettronica certificata, salutata dal Ministro dell’innovazione come “la più grande riforma dal dopo guerra ad oggi” si è rivelata – come peraltro facilmente prevedibile – un autentico flop, tanto che al Ministero dell’innovazione hanno dovuto oscurare il “contatore” relativo agli indirizzi di CEC PAC assegnati (la posta elettronica certificata “omaggio” del Ministro ai cittadini italiani): a dispetto delle “profezie milionarie” di Brunetta, dopo oltre 6 mesi, non riusciva a superare l’assai poco lusinghiero risultato di qualche centinaio di migliaia di indirizzi.

Allo stesso modo nonostante la recentissima approvazione di una, peraltro modesta, riforma del Codice dell’Amministrazione Digitale, la nostra amministrazione rimane saldamente ancorata alla carta ed ad abitudini dure a morire.
Chi avesse qualche dubbio può leggere l’avvertenza riportata in rosso sul frontespizio della nostra Gazzetta Ufficiale della Repubblica: “AVVISO ALLE AMMINISTRAZIONI – Al fine di ottimizzare la procedura per l’inserimento degli atti nella Gazzetta Ufficiale telematica, le Amministrazioni sono pregate di inviare contestualmente e parallelamente alla trasmissione su carta come da norma, anche copia telematica dei medesimi (in formato word) al seguente indirizzo di posta elettronica: gazzettaufficiale@giustizia.it, curando che nella nota cartacea di trasmissione siano chiaramente riportati gli estremi dell’invio telematico (mittente, oggetto e data)”.
517 caratteri, spazi inclusi che valgono meglio di centinaia di pagine a convincere di come, l’amministrazione digitale, allo stato, sia davvero solo un piccolo miracolo propagandistico dell’Era Brunetta.

Nel corso del 2010, il Paese è saldamente rimasto ancorato all’antico anche in materia di Internet e diritto d’autore.
L’anno è, infatti, iniziato con il varo della nuova disciplina sull’equo compenso per copia privata, un sistema di regole finalizzato a dragare risorse economiche per oltre 100 milioni di euro all’anno dall’industria ICT e dai consumatori per affidarli alla SIAE affinché li redistribuisca secondo oscuri meccanismi ai più fortunati tra i titolari dei diritti quale indennizzo per il presunto – mai dimostrato né dimostrabile – pregiudizio sofferto per effetto delle copie private delle proprie opere eseguite da alcuni tra i consumatori acquirenti di supporti e dispositivi astrattamente idonei ad essere utilizzati per la registrazione di contenuti digitali.
Nel mese di ottobre, la Corte di Giustizia, ha, indirettamente – ovvero attraverso una sentenza resa su richiesta dei giudici spagnoli – bacchettato anche l’Italia, ricordando che l’equo compenso per copia privata non può essere richiesto quando non sussista una almeno probabile destinazione commerciale del supporto o del dispositivo ad ospitare un contenuto coperto da diritto d’autore. In SIAE ci si è affrettati a precisare che la nostra disciplina sarebbe – non è chiaro né come né perché – conforme alla disciplina europea benché esiga l’indiscriminato versamento dell’equo compenso a fronte della vendita di ogni genere di supporto e dispositivo.

L’anno apertosi così, sempre sul fronte del diritto d’autore, si è chiuso con il lancio da parte dell’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni di una consultazione pubblica su uno schema di regolamento volto a disciplinare la tutela della proprietà intellettuale in Rete. Si tratta, nonostante le apparenze, sotto molteplici profili, di una delle più preoccupanti derive della politica dell’innovazione degli ultimi tempi. Una disciplina complessa e delicata quale quella del diritto d’autore, infatti, si ritrova ad essere integrata all’esito di mini-confronto all’interno delle segrete stanze di un’Autorità Amministrativa anziché attraverso un ampio dibattito parlamentare come accaduto, negli ultimi mesi, nel resto d’Europa.
Questioni legate alla libertà di informazione, alla circolazione dei contenuti digitali ed all’enforcement dei diritti di proprietà intellettuale, vengono ridotte a poco più che tecnicismi, ipotizzando di voler risolvere ogni controversia in materia attraverso procedimenti da esaurirsi in cinque giorni, privando così, pressoché integralmente, i responsabili della pubblicazione di ogni diritto alla difesa.
Siamo di fronte a leggi marziali adottate in tempo di pace ed all’istituzione, in seno all’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni, di un’autentica Corte Marziale con potere di vita o di morte su ogni contenuto digitale immesso in rete.
Si tratta di disposizioni che, pur in assenza di qualsivoglia effettivo presupposto di necessità ed urgenza, dispongono un’inaccettabile compressione del diritto di difesa ed impongono un’inutile accelerazione dei tempi di definizione di procedimenti complessi, attualmente trattati dall’Autorità giudiziaria ordinaria in intervalli di tempo ben più rilassati.

La recente iniziativa dell’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni è, d’altra parte, figlia del famigerato decreto Romani cui, certamente, va l’Oscar quale peggiore iniziativa legislativa del 2010.
Si tratta – anche se ormai sono in pochi a non saperlo – del provvedimento attraverso il quale, l’allora vice-ministro alle Comunicazioni Paolo Romani, oggi Ministro dello sviluppo economico, ha deciso di trasformare, per legge, Internet in una grande TV, minacciando – in parte con successo – di imporre a milioni e milioni di cittadini italiani, oneri economici e burocratici insostenibili per la condivisione di idee ed informazioni, in Rete, in formato audiovisivo. Sin troppo evidente l’intento perseguito dal Governo: frenare e burocratizzare il nuovo, nel tentativo, di allungare, artificialmente, la vita al vecchio, ovvero, alla televisione di un tempo ed ai suoi Signori.

Difficile, nel lasciarsi alle spalle un anno come questo, nutrire fiducia per quello che verrà, specie se le “emergenze” in termini di politica dell’innovazione sono tante ed i problemi da affrontare per dare al Paese almeno una speranza di non trasformarsi in un’isola analogica nel mondo digitale richiederebbero ben altro approccio e ben altra capacità di ascolto, comprensione dei fenomeni, apertura mentale ed indipendenza.
Sono tante le questioni che il nuovo anno imporrà all’agenda politica: la disciplina dell’informazione dopo il caso Wikileaks, il grande tema della responsabilità degli intermediari destinato ad incidere in maniera diretta sul livello di libertà di informazione dei cittadini, la speranza di un’amministrazione che – anche attraverso le nuove tecnologie – si apra davvero ai cittadini sul modello di quanto avvenuto negli USA con l’OpenGov caro al Presidente Obama e, last but not least, le questioni connesse alla promozione della cultura digitale e del mercato dei contenuti audiovisivi.

Nessun dubbio che, nel 2010, l’Italia non sia stata un Paese per Internet. E nel 2011? Auguri all’Italia in digitale, ne abbiamo davvero bisogno!

Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione
www.guidoscorza.it

Punto Informatico

Codice Amministrazione Digitale, edizione 2010

23 dic 2010 · News ed Eventi

Sono ancora parziali i dati sul piano e-gov 2012, ma già il Consiglio dei Ministri approva l’impalcatura della PA di domani. Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per lo Stato

Roma – Il Consiglio dei Ministri, su proposta del ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta, ha approvato in via definitiva il nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD), che fa seguito al Codice (decreto legislativo 82/05) varato nel 2005 dal ministro Stanca.L’obiettivo temporale è il 2012: per allora, ha detto il Ministro, “Tutte le Pubbliche Amministrazioni avranno l’obbligo di dialogare tra loro e con i cittadini e le imprese in via digitale. Questo vuol dire fine dei faldoni, degli archivi e della carta. Vuol dire aumento della trasparenza, della produttività, con minor costi e più crescita. Vuol dire che il prossimo censimento, fatto salvo il digital divide per la famiglie, sarà totalmente e potenzialmente in forma digitale”.

E sempre nel 2012 si punterà a valutare l’attesa riduzione dei costi di transazione all’interno della PA: le stime parlano di 6 milioni l’anno risparmiati (circa il 90 per cento delle spese) con un effetto positivo cumulato nell’arco di 20 anni pari a un aumento del 17 percento del PIL.

Da oggi, in ogni caso, le PA dovranno dare il via alla riforma: entro 3 mesi utilizzare soltanto la Posta Elettronica Certificata (PEC) quando serve una ricevuta di consegna (e il destinatario ha comunicato il proprio indirizzo); entro 4 mesi individuare un unico ufficio responsabile dell’attività ICT; entro 6 mesi pubblicare sui propri siti istituzionali i bandi di concorso; entro 12 mesi emanare leregole tecniche che consentiranno di dare piena validità alle copie cartacee e a quelle digitali dei documenti informatici, dando così piena effettività al processo di dematerializzazione dei documenti della PA; entro 15 mesi predisporre appositi piani di emergenza idonei ad assicurare, in caso di eventi disastrosi, la continuità delle operazioni indispensabili a fornire servizi e il ritorno alla normale operatività.

Il nuovo Codice fa seguito, nel progetto del Ministro, alla riforma della Pubblica Amministrazione attuata con il decreto 150/2010. Per cercare di non fare arenare la riforma in fase attuativa, il Ministro ha in pratica fatto nascere in capo ai cittadini e alle imprese veri e propri diritti in materia di uso delle tecnologie nella comunicazione con la PA. Per esempio, i cittadini dovranno fornire solo una volta i propri dati alla PA, che avrà essa stessa poi l’onere di renderli accessibili anche alle altre amministrazioni. E la singola PA non potrà chiedere l’uso di moduli e formulari che non siano stati pubblicati sui propri siti istituzionali.

Dal lato dell’offerta di servizio, il CAD introduce misure premiali e sanzionatorie, incentivando o sanzionando le amministrazioni con la possibilità di quantificare e riutilizzare i risparmi ottenuti grazie alle tecnologie digitali (principio di effettività), sia per l’incentivazione del personale coinvolto che per il finanziamento di progetti di innovazione (principio di risparmio).

Intanto primi bilanci sul piano e-Gov 2012 finora adottato: secondo i dati redatti dal Dipartimento per la Digitalizzazione e Innovazione tecnologica della Pubblica Amministrazione (Ddi) e da DigitPA sono 20mila le caselle registrate nell’Indice delle Pubbliche Amministrazioni (Ipa), mentre poco più del 40 per cento dei comuni ha una casella PEC (con punte d’eccellenza in Umbria, che raggiunge il 90 percento, e Friuli Venezia Giulia con il 75). In crescita anche l’adozione della PEC da parte dei cittadini: 450mila le richieste di attivazione. Solo un terzo dei comuni, invece, offre al momento servizi online per le imprese, e meno di un terzo hanno predisposto l’accesso allo Sportello Unico per le Attività Produttive (Suap): numero che raggiunge il 40 per cento solo se si considerano esclusivamente i comuni capoluogo.

Anagrafi e gestione dei tributi risultano invece informatizzati in quasi tutti i Comuni e le dotazioni tecnologiche più complesse possono dirsi sufficientemente diffuse anche nei Comuni di media dimensione: più del 50 per cento dei Comuni rende disponibili online informazioni e servizi relativi alle banche dati. E, dice lo studio, “capillare è il collegamento alle banche dati centrali”.

Buoni i passi finora effettuati nella sanità, con il 90 per cento dei medici di medicina generale che si è abilitato all’utilizzo della nuova procedura obbligatoria per l’invio telematico dei certificati di malattia. Nelle scuole la digitalizzazione ha significato soprattutto la consegna di oltre 22.300 lavagne interattive multimediali e la realizzazione del portale ScuolaMia (che offre servizi digitali alle famiglie). Nelle Università, invece, sono state attivate le iniziative per incrementare la copertura WiFi e l’adozione di servizi online in 55 università. Per il resto, si sta introducendo adesso il processo di digitalizzazione e semplificazione amministrativa con l’iscrizione online, la verbalizzazione elettronica degli esami, il fascicolo personale dello studente, l’automazione dei flussi informativi e, in alcuni casi, l’adozione di servizi VoIP.

Nel campo della Giustizia civile, infine, il sistema di consultazione dei registri di cognizione è ormai disponibile in tutti i distretti, mentre meno diffusi risultano i sistemi di consultazione dei registri di esecuzione, dei fascicoli Polis Web Pct-Sicid e Siecic, ed è ancora in fase di sperimentazione la consultazione delle informazioni relative allo stato dei procedimenti risultanti dai registri di cancelleria e dei fascicoli virtuali relativi ai procedimenti di interesse, nonché la trasmissione di comunicazioni e notifiche e il deposito di atti e documenti.

Claudio Tamburrino

Punto Informatico

Oltre 50% famiglie ha pc e internet

23 dic 2010 · News ed Eventi
Oltre 50% famiglie ha pc e internet ROMA – La quota di famiglie che possiede internet sorpassa la soglia del 50%. E’ quanto emerge dall’indagine dell’Istat su ‘cittadini e nuove tecnologie’ condotta a inizio 2010. Rispetto al 2009, infatti, la percentuale di famiglie che ha l’accesso ad Internet passa dal 47,3% al 52,4%. Sale anche la fetta di quelle che hanno il personal computer (dal 54,3% al 57,6%), e che dispone di una connessione a banda larga (dal 34,5% al 43,4%).

Le famiglie con almeno un minorenne sono le più tecnologiche: l’81,8% possiede il personal computer, il 74,7% l’accesso ad Internet e il 63% possiede una connessione a banda larga. All’estremo opposto si trovano le famiglie di soli anziani di 65 anni e più che continuano ad essere escluse dal possesso di beni tecnologici. Inoltre, guardando alle diverse aree geografiche, tra il 2009 e il 2010, rimane stabile il divario tecnologico tra il Nord e il Sud del Paese, mentre, evidenzia l’Istat, “si riducono le differenze sociali per quasi tutti i beni tecnologici considerati”. A proposito, la quota di famiglie con capofamiglia dirigente, imprenditore o libero professionista che possiedono l’accesso ad Internet passa dal 78,6% all’84,2% (+7,1%) mentre tra quelle con capofamiglia operaio passa dal 49,4% al 59,4% (+20,2%). In generale, in Italia i beni e i servizi tecnologici più diffusi tra le famiglie sono il televisore, presente nel 95,6% e il cellulare (89,5%). Seguono il lettore dvd (63,8%), il personal computer (57,6%), il videoregistratore (53,2%), l’accesso ad Internet (52,4%), il decoder digitale terrestre (51,9%), la connessione a banda larga (43,4%). Tra gli oggetti tecnologici che non mancano nella case delle famiglie italiane ci sono anche l’antenna parabolica (34,8%), la videocamera (28,4%) e la consolle per videogiochi (21,5%).

ITALIA IN CODA IN EUROPA PER INTERNET BANDA LARGA – L’Italia rimane indietro in Europa sull’accesso ad internet da casa attraverso la banda larga. Le famiglie con almeno un componete tra i 16 e i 64 anni che possiedono la connessione a banda larga sono, infatti, il 49%, rispetto alla media europea del 61%. Fanno peggio solo Grecia, Bulgaria, Romania. E’ quanto emerge ancora dall’indagine dell’Istat.

Nonostante l’Italia resti in coda, risulta, insieme alla Grecia, tra i Paesi che registrano la crescita maggiore nell’accesso a internet mediante banda larga (entrambe hanno segnato un aumento superiore al 24%). Anche considerando la percentuale di famiglie con almeno un componente tra i 16 e i 64 anni che possiede un accesso ad Internet da casa, l’Italia è rimasta indietro rispetto a molti dei paesi dell’Unione europea, risultando al ventesimo posto, con un tasso di penetrazione del 59% rispetto alla media europea del 70%. “Vicini all’Italia – spiega sempre l’Istat – troviamo la Spagna (59%) e la Lettonia (60%), mentre Olanda, Lussemburgo, Svezia e Danimarca registrano un tasso di penetrazione che supera l’86%”, con una crescita nell’accesso ad Internet pari all’11,3%.

QUASI 1 INTERNAUTA SU 2 USA FACEBOOK O TWITTER – “Il 45% degli utenti di Internet utilizza siti di social networking (Facebook, Twitter, Myspace, ecc.), il 36,7% inserisce messaggi in chat, blog, newsgroup o forum di discussione online e il 26,8% utilizza i servizi di instant messaging”. E’ quanto risulta dall’indagine.

QUASI 1 INTERNAUTA SU 3 FA SHOPPING SU WEB – Quasi un internauta su tre fa shopping sul web. Secondo quanto emerge, infatti, “il 26,4% degli individui di 14 anni e più che hanno usato Internet nei 12 mesi precedenti l’intervista ha ordinato e/o comprato merci e/o servizi per uso privato nello stesso arco temporale (pari a 6 milioni 685 mila persone)”.

News di Tecnologia – ANSA.it

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23 dic 2010 · News ed Eventi

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Internet banda larga, Italia in coda

23 dic 2010 · News ed Eventi
Internet banda larga, Italia in coda (ANSA) – ROMA, 23 DIC – L’Italia rimane indietro in Europa sull’accesso ad internet da casa attraverso la banda larga. Le famiglie con almeno un componete tra i 16 e i 64 anni che possiedono la connessione a banda larga sono, infatti, il 49%, rispetto alla media europea del 61%. Fanno peggio solo Grecia, Bulgaria, Romania. E’ quanto emerge dall’indagine dell’Istat ‘Cittadini e nuove tecnologie’ condotta a inizio 2010.

News di Tecnologia – ANSA.it

Firefox 4 beta 3 disponibile per Android OS

23 dic 2010 · News ed Eventi

Mozilla ha pubblicato sul Android Market e sul proprio sito la terza beta di Firefox 4 Mobile, l’edizione per smartphone e tablet del suo popolare web browser attualmente in via di sviluppo per Windows, Linux e Mac OS.

Questa terza beta, consigliata per lo più ai curiosi che vogliono testare le caratteristiche del browser in quanto non considerata “completamente stabile”, porta con sà© miglioramenti nell’interfaccia e nel motore JavaScript, ereditato da quello utilizzato sui computer desktop.

La pubblicazione della versione finale di Firefox 4 Mobile è prevista per i primi mesi del 2011, probabilmente poco dopo il rilascio di Firefox 4 per computer. Agli utenti Android che volessero speriemntare questa beta è consigliato di rimuovere prima la versione precedente.

Per speriementare questo nuovo browser è sufficiente seguire i collegamenti per la versione Android sul Market ufficiale o per Maemo sul sito Mozilla.

PC World News