Microsoft e Nokia: startup cercasi

2 apr 2012 · News ed Eventi

I due colossi spingono per portare app nuove di zecca nel marketplace di Windows Phone. Nel frattempo lo smartphone Lumia 900 debutta in USA a prezzi popolari

Roma – Ventiquattro milioni di dollari, ovvero 18 milioni di euro. È questa la cifra che Microsoft e Nokia hanno deciso di stanziare per promuovere la crescita della piattaforma Windows Phone: gli sviluppatori di applicazioni che vorranno ricevere supporto e sovvenzioni potranno aderire al nuovo programma AppCampus, che partirà a maggio.Il laboratorio voluto dai due colossi sarà ospitato dalla Aalto University in Finlandia, patria di Nokia. Le startup potranno accedere a tutte le risorse di Windows Phone, ma anche le piattaforme Symbian/S40 saranno incluse nell’iniziativa. Veterani del settore mobile metteranno la loro esperienza al servizio del programma: i partecipanti verranno seguiti anche nella fase che riguarda la commercializzazione del prodotto e manterranno i diritti di proprietà intellettuale sulle loro creazioni.

Con questa mossa Microsoft e Nokia sperano di incoraggiare l’arrivo di nuovi prodotti originali sulla piattaforma che condividono e invertire un trend fatto di successi Android/iOS convertiti per i loro sistemi mobile. L’applicazione creata da zero col sostegno dell’incubatrice dovrà rimanere un’esclusiva Windows Phone per almeno sei mesi.

Nokia, che resta il maggior venditore di dispositivi Windows Phone, si prepara anche a colpire il territorio americano con una ghiotta offerta anti-BlackBerry: il Lumia 900 verrà venduto a soli 99 dollari, con contratto AT&T. Lo smartphone di fascia alta include supporto alla reti LTE, display da 4,3 pollici AMOLED e fotocamera da 8 megapixel con ottica Carl Zeiss.

Roberto Pulito

Punto Informatico

Le città? Devono “pesare” meno sul pianeta

30 mar 2012 · News ed Eventi

Al Planet under pressure di Londra gli scienziati puntano il dito contro urbanizzazione e aumento della popolazione globale, i fattori determinanti per il nostro futuro

Una enorme metropoli grande come mezza Europa. L’espansione globale delle città in meno di venti anni occuperà un’area di 1,5 milioni di chilometri quadrati, pari a Francia, Germania e Spagna messe insieme. Una crescita esponenziale che sarà conseguenza dell’aumento della popolazione umana che dai sette miliardi attuali arriverà ai nove del 2050. Una moltiplicazione di circa un milione di persone a settimana nelle aree metropolitane lungo i prossimi 38 anni. Si parla delle città di domani connesse alla salute degli uomini e all’equilibrio ambientale del Pianeta alla seconda giornata di conferenze di Planet under pressure, evento che richiama a Londra quasi tremila scienziati, riuniti per offrire una serie di direttive “green” al prossimo Summit della Terra dell’Onu Rio +20  in programma a giugno in Brasile. “ La questione non è se urbanizzare ma come – ha detto Michail Fragkias dell’Arizona State University -. Abbiamo il dovere di invertire il modello odierno di selvaggia espansione urbana che mette l’umanità a rischio, causando gravi problemi ambientali”.I centri abitati sono responsabili del 70 per cento delle emissioni di CO2 che, in miliardi di tonnellate metriche, sono stimate a 15 nel 1990 e a 25 nel 2010, e a 36,5 entro il 2030. ” Un’ingegneria consapevole e innovativa delle città è fondamentale e urgente per garantire la sostenibilità globale” ha spiegato Shobhakar Dhakal, direttore del Tokyo-based Global Carbon Project, aggiungendo che “ le aree urbane emergenti possono sfruttare il concetto di sostenibilità e le nuove tecnologie per gestire al meglio nodi cruciali come la spazzatura e i trasporti. L’emergenza ambientale evidenzia in maniera palese che affrontare il cambiamento climatico richiederà l’obbligo di concentrarsi sull’efficienza urbana”. Un esempio? “ L’utilizzo delle condizioni atmosferiche e dell’ora del giorno corretta per la promozione di sistemi di pedaggio che riducano la congestione del traffico”.

La congestione porta, infatti, nelle economie di tutto il mondo un costo stimato dall’1 al 3 per cento del PIL – un problema che non riguarda solo l’inquinamento, ma anche la perdita di tempo: circa 4,2 miliardi di ore nei soli Stati Uniti nel 2005 per un costo stimato a New York di 4 miliardi di dollari all’anno in perdita di produttività. Una vera emergenza se si considera che le città con un milione di abitanti erano meno di venti più di un secolo fa e oggi sono 450, aree urbane che costituiscono le fonti maggiori di inquinamento nonostante coprano meno del cinque per cento della superficie terrestre. ” Abbiamo una opportunità unica – dice Roberto Sánchez-Rodríguez, docente di Scienze Ambientali all’Università della California -. Quella di pianificare l’attesa esplosione urbanistica, al fine di diminuire la pressione sugli ecosistemi, migliorare le condizioni di vita di miliardi di persone ed evitare il verificarsi di catastrofi ambientali globali.

wired – Wired.it

Il cracker dei vip si dichiara colpevole

30 mar 2012 · News ed Eventi

Christopher Chaney dovrà rispondere di pirateria informatica. Rischia fino a 60 anni di carcere e una multa di quasi due milioni di euro.

Roma – Christopher Chaney, colui che aveva fatto incetta di foto private nei cellulari delle star hollywoodiane, si è dichiarato colpevole di pirateria informatica. L’uomo ha ammesso di aver violato decine di email, account privati e telefoni delle sue celebrità preferite: da Scarlett Johansson, a Mila Kunis; da Christina Aguilera a Renee Olstead. L’uomo, 35 anni di Jacksonville, in Florida, deve rispondere di nove capi d’accusa, tra cui intercettazione abusiva e accesso non autorizzato a sistemi informatici privati.Chaney venne arrestato lo scorso ottobre alla fine di un’indagine durata undici mesi denominata “Operation Hackerazzi”. Originariamente gli vennero contestate 26 violazioni che comprendevano intercettazioni abusive e furti d’identità ai danni di più di cinquanta persone appartenenti al mondo dello spettacolo, rischiando così fino a 121 anni di carcere. Fece particolarmente discutere il caso delle foto rubate a Scarlett Johansson che Chaney diffuse in Rete. In diversi casi l’imputato ha consegnato le foto private dei vip ai siti di gossip, anche se pare non sia possibile dimostrare che ne abbia tratto profitto.Uscito su cauzione, ora Chaney attende la sentenza definitiva che sarà emessa il prossimo 23 luglio. L’hacker rischia fino a 60 anni di carceree una multa da un milione e 800mila euro.

“Questo dimostra che tutti, anche i personaggi pubblici, devono prendere precauzioni per proteggere le proprie informazioni personali dai malintenzionati” ha dichiarato Andre Birotte Jr., il procuratore che ha seguito il caso. (G.T.)

Punto Informatico

Microsoft, scuse per il marketing col trucco

30 mar 2012 · News ed Eventi

Un’aggressiva campagna pubblicitaria per Windows Phone finisce in una gaffe controproducente. Redmond è costretta a chiedere scusa

Roma – Imbarazzo e scuse da parte di Microsoft in seguito agli effetti collaterali di una campagna pubblicitaria chiamata “Smoked by Windows Phone”: Redmond chiedeva di sfidare i suoi nuovi smartphonee metteva in palio in diversi rivenditori Microsoft 100 dollari e un laptop HP dal valore di mille euro nello store di Santa Clara.Per aggiudicarsi uno dei premi bastava completare un compito con un dispositivi non-Windows Phone più velocemente degli impiegati Microsoft armati di Windows Phone: tuttavia questi erano istruiti affinché ciò non potesse accadere, evitando determinate sfide con alcuni dispositivi specifici oppure precaricando le informazioni di cui era eventualmente chiesta la ricerca.Nelle intenzioni di Microsoft, a quanto pare, il tutto non sarebbe dovuto essere una gara vera e propria, ma un’occasione per sponsorizzare i nuovi dispositivi Windows Phone. Per questo dopo la sconfitta era prevista l’offerta a rinunciare al proprio smartphone in cambio di un Windows Phone.

Il piano è stato tuttavia smascherato da un utente Android, Sashas Katta, che si è recato proprio allo store di Santa Clara puntando al laptop: alla richiesta di mostrare le condizioni atmosferiche di due diverse città ha avuto la fortuna di poter rispondere all’istante grazie a due widget già impostati nella sua homepage che mostravano rispettivamente il tempo di San Jose e Berkeley. In questo modo gli è bastato sbloccare il dispositivo per concludere la prova con il suo Samsung Galaxy Nexus. Ma nonostante questo ha avuto la sorpresa di risultare comunque perdente.

La storia è montata online e ha costretto Microsoft a ricorrere all’account Twitter di “Ben the PC Guy” per correggere l’esito della gara e assegnare il premio a Katta, con l’aggiunta di un telefono per il disturbo: entrambi i dispositivi sono ora all’asta con il ricavato destinato in beneficenza.

Claudio Tamburrino

Punto Informatico

Mediaset si perde un dominio

30 mar 2012 · News ed Eventi

L’arbitrato WIPO ha sentenziato. Il network TV non ha alcun diritto a vedersi restituito il dominio mediaset.com. Che resta di proprietà di una società USA di storage

Roma – Nell’ultimo episodio della perenne contesa tra Mediaset e il web mondiale, il colosso televisivo italiano esce sconfitto: dimentico delle norme telematiche in merito alla registrazione dei domini, il Biscione ha perso il diritto di fare uso del dominio “mediaset.com”.Il dominio conteso era finito all’asta ed era poi stato acquisito dalla società statunitense Fenicius LLC di proprietà di Didier Madiba, che lo ha usato per mettere in piedi un business per la vendita di “media sets”, apparati di storage e backup.

I legali di Mediaset si sono rivolti all’Arbitration and Mediation Center del WIPO (World Intellectual Property Organization) chiedendo la restituzione del dominio alla società di Cologno Monzese, parlando di presunta “malafede” di Madiba e presunti diritti di sfruttamento “naturali” della risorsa telematica vista l’assonanza tra “mediaset.com” e il marchio Mediaset.

Il centro per l’arbitrato del WIPO non si è fatto impressionare e ha respinto il ricorso: il dominio mediaset.com non può corrispondere a un marchio registrato perché deriva dall’unione di due termini di uso comune (“media” e “set”) e la malafede del suo attuale proprietario non sussiste. Mediaset.com non è più dunque di proprietà di Mediaset, e il Biscione dovrà imparare la lezione per farne tesoro per la prossima volta.

Alfonso Maruccia

Punto Informatico

Google+, 100 mln utenti e pagina Italia

30 mar 2012 · News ed Eventi

Google+, 100 mln utenti e pagina Italia (ANSA) – ROMA, 26 MAR – Oltre 100 milioni di utenti attivi ogni mese e il lancio della pagina di Google Italia: questi i numeri e le novita’ di Google+, il social network di Big G lanciato 9 mesi fa. ”Abbiamo implementato oltre 200 miglioramenti di prodotto, piu’ di uno al giorno. Nel mondo sono state aperte piu’ di un milione di Pagine Google+. Cio’ che non smette di sorprenderci – dice la societa’ in una nota – e’ l’uso che le persone, le organizzazioni e le aziende hanno fatto e continuano a fare di Google+”

News di Tecnologia – ANSA.it

La telecamera che riconosce i volti in un secondo, analisi su 36 milioni

29 mar 2012 · News ed Eventi

Un sistema di rilevazione sviluppato da Hitachi individua rapidamente e con precisione un volto ripreso anche non perfettamente allineato alla camera. E’ stato progettato per i monitoraggi di sicurezza, ma le applicazioni commerciali e civili potrebbero essere altrettanto importanti. In arrivo il prossimo anno sul mercato, la tecnologia potrà dialogare anche con gli smartphone. Ma la privacy è a rischio

ARRIVA DAL GIAPPONE il nuovo sistema di sorveglianza ideato da Hitachi Kokusai Electric. Una telecamera in apparenza come tante, ma con una particolarità unica: è in grado di riconoscere un volto e identificare la persona ripresa nel tempo di un secondo, quello che impiega a confrontare l’immagine con un archivio di 36 milioni di volti.

A regime, il dispositivo di Hitachi potrebbe rivoluzionare il concetto di sorveglianza. E rappresentare un vero e proprio addio all’anonimato per milioni di individui. Per l’individuazione del soggetto ripreso in genere si passano ore davanti ai monitor per delineare le fattezze della persona e ricostruirne un identikit. La telecamera funziona analizzando il soggetto dal momento in cui viene ripreso e iniziando la ricerca istantaneamente attraverso un algoritmo che cerca le corrispondenze nel viso coi soggetti in archivio, raggruppati per caratteristiche del viso. Oltre alla sicurezza, gli impieghi della nuova tecnologia potrebbero essere anche commerciali: è sufficiente immaginarla installata in un centro commerciale, per dare un nome e cognome al flusso di clienti, naturalmente protezione dell privacy permettendo. Ma ad esempio nel caso di ladri abituali, una volta identificato l’autore di un furto con questo sistema sarebbe possibile ripercorrere nel tempo le visite al negozio, e verificare se altre sottrazioni sono avvenute in corrispondenza della presenza del soggetto individuato. Ci pensa il sistema a recuperare i fotogrammi dall’archivio, fornendo agli inquirenti uno strumento di indagine potentissimo.

Rilevazione

precisa. La tecnologia sviluppata da Hitachi permette alla telecamera di individuare un volto con un’inclinazione fino a 30 gradi in orizzontale e verticale rispetto al centro dell’ottica della camera. Ovvero, la persona può muovere il viso, ma a meno che non indossi coperture, la telecamera può indivuduarne il nome. Affinché l’algoritmo entri in funzione, il viso deve occupare un’area di almeno 40×40 pixel, una dimensione di rilievo piuttosto ridotta che rende il sistema molto efficiente. Non solo: è possibile interfacciarsi con l’algoritmo attraverso qualunque tipo di immagine fotografica o video, inviata anche da dispositivi esterni alla telecamera.

Potenza e privacy.
La tecnologia arriverà sul mercato il prossimo anno. “Il sistema si adatta particolarmente a chi fa monitoraggio di utenti e passaggio di persone in grande scala”, dicono alla Hitachi. Ma sicuramente apre nuovi scenari anche per usi meno estesi, considerando la compatibilità con gli smartphone, o addirittura di più: l’ampia parco di telecamere installate nelle città,  potrebbero un giorno essere collegate ad un grande sistema centrale di riconoscimento. E potrebbero aiutare nell’identificazione di persone scomparse o ricercate. Ma per un’applicazione su vasta scala, il legislatore dovrà definire dei nuovi criteri di privacy all’interno di cui il sistema di Hitachi possa essere impiegato. Un compito non semplice viste le potenzialità della tecnologia.

Repubblica.it > Tecnologia

Team ricercatori italiani neutralizza ‘baco’ di Android

29 mar 2012 · News ed Eventi
Team ricercatori italiani neutralizza 'baco' di AndroidGENOVA – Un team di ricercatori italiani ha scoperto e riparato un ‘baco’ nel sistema operativo Android sviluppato da Google per gli smartphones.

Il team – composto dai professori Alessandro Armando (Fondazione Bruno Kessler di Trento e coordinatore del laboratorio di intelligenza artificiale – Dist di Genova), Alessio Merlo (E-Campus), Mauro Migliardi (Energy aware security dell’Universita’ di Padova) e da Luca Verderame (neo laureato in ingegneria informatica a Genova) – ha individuato il baco e ha progettato la soluzione, successivamente approvata dal Security team di Android, che sara’ inserita negli aggiornamenti. Se non fosse stato neutralizzato, un malware avrebbe saturato le risorse fisiche dei dispositivi bloccando smartphones e tablet.

La vulnerabilita’ di Android, secondo i ricercatori, si basa su un difetto nel controllo della comunicazione tra applicazioni e componenti vitali del sistema che viene messa in crisi esaurendo sistematicamente le risorse di memoria del dispositivo mediante la generazione di un numero arbitrariamente grande di processi. Il principio fondamentale della sicurezza di Android e’ infatti la totale separazione tra le applicazioni (sandboxing) che garantisce che una applicazione non possa inficiare in alcun modo il funzionamento delle altre.

La scoperta dei ricercatori italiani dimostra come questa separazione sia violata nei sistemi correnti, ma sara’ nuovamente garantita grazie alla soluzione proposta e rimasta segreta. La modifica del team di ricercatori italiani si e’ rivelata efficace contro la vulnerabilita’ e verra’ inserita in un prossimo aggiornamento del sistema operativo. Il team di ricercatori ha segnalato prontamente la vulnerabilita’ a Google e al Security Team di Android, fornendo una dettagliata analisi dei rischi relativi.

News di Tecnologia – ANSA.it

Ghana, ecco dove l’economia cresce più in fretta

29 mar 2012 · News ed Eventi

Il Pil del paese africano potrebbe crescere dell’8,5% nel 2012. E anche i Bric sono costretti a seguire. E tenete d’occhio anche Nigeria e Qatar

Fate largo, Cina e India: arrivano Ghana, Nigeria e Qatar. Chi pensa che i Paesi emergenti con il tasso di crescita più rapido siano ancora i famosi Bric, si sbaglia di grosso. Stando all’ultima edizione dell’indagine Rapid-growth Markets Forecast di Ernst&Young, il primo posto in classifica spetta proprio al Ghana, con una crescita reale del Pil attesa all’8,5% circa nel 2012. La Cina è ferma in seconda posizione, con un +8% annuo, mentre a seguire ci sono Nigeria e Qatar (a pari merito con un +7 per cento). Per arrivare all’India bisogna scendere al quarto posto mentre Russia e Brasile seguono da lontano al 15esimo e 20esimo posto rispettivamente.

La crescita, in larga misura, è trainata dalla disponibilità nei Paesi emergenti di risorse energetiche naturali e di materie prime. Quel che è certo, comunque, è che in molti Stati del Nordafrica e dell’Asia (seppure a velocità diverse) si sta creando un mercato domestico in grado di fornire nuovi stimoli di sviluppo anche in un momento di crisi per le economie sviluppate. Entro il 2020 ci si aspetta che gli emergenti arrivino a pesare per il 45% sul Pil globale, generando il 46% delle esportazioni mondiali di beni e servizi. Il risultato è che un numero crescente di investitori occidentali si sta orientando verso i nuovi Bric “allargati” per cavalcarne la crescita in cerca di un livello di profitti che, in Europa o negli Stati Uniti, non sembra più raggiungibile. Così, a fine 2010 il Qatar ha attratto investimenti stranieri diretti per 1.500 dollari pro-capite, mentre il Cile e gli Emirati Arabi si sono attestati a circa 900 dollari pro-capite; per confronto, Russia e Cina non hanno superato la soglia dei 300 dollari circa.

I risultati sono evidenti anche quando si guarda alle performance delle Borse nazionali. Il Qatar Exchange Index, l’indice che sintetizza le 40 società a maggiore capitalizzazione e liquidità della Borsa di Doha, ha guadagnato nell’ultimo anno il 9,5%. Il Karachi All-share Index, l’indice delle società quotate del Kuwait, è cresciuto nello stesso periodo del 18,5%, recuperando nei primi mesi del 2012 tutte le incertezze del secondo simestre 2011. E il Dubai Financial Market General Index ha guadagnato il 10% circa (mentre l’Abu Dhabi securities market general è cresciuto solo dell’1,5%). Il Ghana Stock Exchange, invece, ha perso lo 0,32% a 12 mesi, guadagnando invece il 7,6% dall’inizio dell’anno a oggi. Nelle ultime settimane, le Borse arabe in particolare hanno visto chiusure contrastate: gli analisti lo interpretano come il sintomo dell’atteggiamento “wait-and-see” degli investitori a fronte della congiuntura economica da un lato, e dell’imminente pubblicazione dei risultati trimestrali delle principali società quotate dall’altro.

Tutto rose e fiori, dunque? In realtà, no: sebbene la crescita reale dei Paesi esaminati dal rapporto Ernst&Young sia innegabile, resta il fatto che per gli investitori privati scommettere sui mercati emergenti è ancora molto rischioso. I fattori da prendere in considerazione sono molti: gli alti tassi di inflazione locali, le instabili condizioni geopolitiche di alcune regioni (Nordafrica su tutte), la presenza di governi autoritari o di democrazie ancora in nuce in molti degli Stati ad alta crescita. Inserire fondi specializzati o Etf indicizzati alle Borse più esotiche può dare un boost di performance al portafoglio. Ancora una volta, però, conviene seguire i consigli dei gestori e non superare una percentuale del 10% dell’asset allocation in emergenti (ma solo se si ha un profilo di rischio accentuato) e sempre in un’ottica di diversificazione.

(Credit per la foto: Ryan Pierse/Getty Images)

 wired – Wired.it

Smartphone, tv, auto, fabbriche l’open source nelle nostre vite

29 mar 2012 · News ed Eventi

Dall’informatica di consumo alla ricerca medica, passando per le industrie: spesso non lo sappiamo ma molti dei software che usiamo tutti i giorni sono a codice libero: già pronto, economico e modulare di FRANCESCO CACCAVELLA

PIÙ LA SOCIETÀ digitale evolve, più l’open source, il modello di distribuzione libera e gratuita del software e del suo codice sorgente reso popolare dalla distribuzione Linux, guadagna fiducia e attenzione. Una delle ultime previsioni della società di analisi Gartner dedicata a questo mercato ha indicato che, nel 2016, il 99% delle principali aziende utilizzerà almeno un software open source (era il 75% 2010). E, il più delle volte inconsapevolmente, lo stesso stanno facendo oggi milioni di persone.

I vantaggi sono innegabili. Il software open source è già pronto, economico, modulare. Ma è anche di qualità. Secondo una ricerca pubblicata da alcuni giorni fa dalla società di analisi software Coverity, i software open source hanno anche meno difetti dei software con codice proprietario. La ricerca ha confrontato, con procedure automatiche, 45 software open source e 41 software a “codice chiuso” rilevando come, nel primo caso, la densità di difetti (ossia il numero di difetti riscontrati suddiviso per le dimensioni del codice con cui è programmato il software) sia pari, in media, a 0,45, mentre quella dei software proprietari sia pari a 0,64. Poco importa che, paragonando software dalle dimensioni equivalenti, la forbice diminuisca quasi a scomparire. Importante è che la ricerca definisca quanto tutti sapevano da tempo: il software

open source è progettato con qualità.

Un bene per l’industria. Per dirla con Mark Shuttleworth, il milionario fondatore di Ubuntu, una delle più diffuse versioni di Linux, il software open source “accresce l’innovazione tecnologica, ne consente l’accesso anche alle zone periferiche del mondo e permette ai programmatori di esprimere al massimo le loro capacità”. Il principio riceve conferme anche dall’ampia diffusione di progetti a codice aperto che, senza clamori, sono alla base di decine di attività quotidiane: quando usiamo il computer, quando navighiamo su Internet, quando usiamo lo smartphone, quando guidiamo un’automobile.

L’open source ci circonda. Usiamo software open source quando navighiamo su Facebook, su Twitter, su Google, su Wikipedia. Per dirne una, Facebook  probabilmente non sarebbe nato se Mark Zuckerberg  non avesse avuto a disposizione il linguaggio di programmazione PHP, basato su standard aperti e rilasciato con licenza libera così da poter essere utilizzato senza dover pagare diritti. Ancora oggi l’intera infrastruttura di Facebook si basa su software a codice aperto, software che chiunque può scaricare, installare ed utilizzare per i propri servizi.

Non stupisce che l’ambiente di principale utilizzo di software open source sia Internet: le tensioni libertarie maturate dai movimenti americani degli anni Sessanta, in cui affonda le radici il pensiero teorico dell’open source, hanno segnato  anche la nascita della grande rete (“io sono nato tra una marcia di protesta e un’occupazione universitaria”, dirà il fondatore di Linux, Linus Torvalds). Se navighiamo il Web usando Firefox o Chrome, il browser progettato da Google, stiamo usando due prodotti open source, che da tempo erodono vistose quote di mercato a Internet Explorer facendolo scendere al di sotto del 50% nonostante il navigatore sia preinstallato nel 90 per cento dei computer del mondo.

Open source è, naturalmente, anche Android, il sistema operativo per telefoni cellulari progettato da una cordata di imprese con a capo Google. Proprio per la sua natura open source, Android è libero di essere installato, e personalizzato, su qualsiasi dispositivo: dei 150 milioni di smartphone venduti nel mondo negli ultimi tre mesi del 2011, la metà, secondo i dati Gartner, sono stati dispositivi Android. E la stessa tendenza si vedrà presto nel mercato dei tablet.

A favore della diffusione dei software open source vi è anche la loro modularità: è facile adattare “pezzi” di software da un progetto ad un altro, senza dover necessariamente riscriverli da zero. Tizen, ad esempio, è un sistema operativo open source nato da Linux e da altri progetti a codice aperto che è destinato ad equipaggiare smartphone, Smart Tv, decoder per la tv digitale e così via.

L’open source in salotto. Un settore sempre più aperto al codice libero è quello dei televisori e dei dispositivi di intrattenimento domestico. Le moderne “Smart TV” hanno bisogno, per gestire i loro servizi “intelligenti”, di sistemi totalmente diversi da quelli delle televisioni di qualche anno fa. LG, ad esempio, permette di riprodurre sulle proprie TV i film, le canzoni e le foto conservati nei PC di casa utilizzando una rete interna e le tecnologie del software open source Plex, mentre il sistema operativo dei televisori Samsung è basato su Linux, tanto che alcuni programmatori ne hanno creato un sostituto chiamato Samygo.

Usiamo software open source anche se utilizziamo uno dei tanti box multimediali per visualizzare la cosiddetta IPTV, la televisione via connessione ADSL. Sia Cubovision, il prodotto di Telecom Italia basato su MeeGo, sia il Tiscali TvBox utilizzano tecnologie aperte.  Open source sono anche la maggioranza dei software di gestione degli hard disk multimediali, gli apparati che, connessi ad un televisore, permettono di riprodurre filmati, musica o foto conservati in hard disk interni.

Pinguini &C. nella auto. Necessità simili, avere un buon software già pronto all’uso da poter adattare a propri prodotti, hanno spinto Ford a dar vita al progetto OpenXC, una piattaforma composta da software basato su Android e hardware basato sul progetto italiano Arduino open source che permette di leggere i dati dell’automobile e registrarli per poter essere utilizzati nell’auto stessa o in applicazioni per smartphone o PC.  Al momento è presente, ad esempio, negli ultimi modelli di Ford Focus e Ford Fiesta, ma può essere adottato liberamente da qualsiasi altro produttore. Meego, il progetto da cui è nato Tizen descritto poco fa, è invece stato adottato da BMW per essere utilizzato nei navigatori delle sue automobili, mentre BMW e altri produttori sono consorziati nel consorzio Genivi nato per supportare l’adozione di software open source nei sistemi di infotainment delle autovettura.

Se si entra in fabbrica. I settori più innovativi dell’informatica di consumo utilizzano software open source e libero e, ciò fanno anche le industrie più complesse, come quella aerospaziale o automobilistica. Ma open source non è solo software o hardware. In una presentazione tenuta ad una TED Conference lo scorso Giugno, Jay Bradner, un ricercatore dell’istituto di medicina di Harvard, ha descritto come il suo laboratorio è riuscito a produrre una molecola (la molecola JQ1) in grado di rallentare il processo di riproduzione di geni tumorali. Al momento dell’intuizione iniziale il team di Bradner ha coinvolto colleghi di tutto il mondo per cercare aiuto e al momento della scoperta, quando la molecola era pronta, al posto di tenerne segreta l’identità chimica, come farebbe una casa farmaceutica, l’ha pubblicata per permettere a tutti di utilizzarla. Bradner ha chiamato questo processo una “ricerca open-source sul cancro”. “La libertà di collaborare con gli altri è fondamentale per avere una buona società in cui vivere e questo per me è molto più importante di avere un software potente e affidabile”. A questo, forse, pensava Richard Stallman, padre del movimento del software libero, quando, in una conferenza, gli fu chiesto di chiarire il senso più profondo dell’open source.

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