Come sopravvivono le web tv italiane?

18 gen 2012 · News ed Eventi

Fondi pubblici, pubblicità, accordi con istituzioni e legami con il territorio. Ci siamo addentrati nella rete delle televisioni digitali nostrane per scoprire come e se funziona il settore

Il 2012 si apre con la presenza di quasi 600  web tv italiane. La cifra emerge dal rapporto annuale, il settimo, di Altratv.tv e fa riferimento a 590 emittenti dislocate lungo la Penisola, dato in crescita rispetto alle 533 di 12 mesi fa e rappresentato su una mappa interattiva con tutte le divisioni geografiche e di settore del caso. Si tratta, come spiega il fondatore di Altratv Giampaolo Colletti a Wired.it, di un settore capace “di dialogare con le piccole medie imprese presenti sul territorio, nonostante la crisi e economica”, che ha trovato “nuova linfa vitale nel live streaming” e si è dimostrato essere “sempre più verticale e specializzato”. Essendo la pubblica amministrazione intenta a tirare i remi in barca, gli investimenti destinati a queste realtà sono scesi dal 15% al 12%, è auspicabile “studiare modelli di business che si basino sui rapporti commerciali con le Pmi”, aggiunge Colletti. Come, del resto, fa l’80% delle web tv della ricerca. La domanda che ci siamo posti è come vivano e sopravvivano le televisioni digitali in un contesto in via di definizione come quello dell’informazione e nello specifico dell’informazione in Rete. Come affiancano, o alternano, la loro offerta a quella dei canali tradizionali? E come, se lo fanno, riescono a dare lavoro ai tanti operatori del settore rimasti a spasso? La ricerca parla di un 19% delle realtà con un team che varia dai 6 ai 10 collaboratori ed evidenzia una predilezione per l’informazione legata al territorio, 33% dei casi. Colletti individua in un numero vicino alla decina le chiusure (attestate o abbandono delle piattaforme a se stesse) annuali e il nostro breve viaggio in questo universo in non sempre facile crescita è partito proprio da una realtà costretta a far calare il sipario.

Nata a Bologna quattro anni fa, Crossig Tv ha chiuso i battenti lo scorso dicembre per mancanza di fondi, per esempio. E’ la genitrice del progetto Silvia Storelli a raccontare a Wired.it che il progetto era nato con “intenti educativi e sociali”, non a fini commerciali dunque, e aveva beneficiato di un finanziamento del comune di Bologna di 19.900 euro, destinato alle proposte pensate per la seconda generazione di immigrati. Venendo a mancare il supporto economico istituzionale, Silvia ha dovuto rinunciare a qualcosa che stava diventando un vero e proprio lavoro, ma non lo era in termini di entrate, e aveva ottenuto il premio di Altratv per la migliore web tv di denuncia del 2011. “Abbiamo provato a studiare modelli di business per sostenerci, ma visto l’intento iniziale non era fattibile: il discorso era etico e poteva vivere solo con un finanziamento pubblico”, spiega. E si spinge oltre ipotizzando: “Forse abbiamo dato fastidio a qualcuno con le nostre inchieste (concernenti razzismo, integrazione e servizi sociali, ndr) e anche in questo caso l’obiettivo è stato pienamente raggiunto”.

wired – Wired.it