Google+, 100 mln utenti e pagina Italia

30 Mar 2012 · News ed Eventi

Google+, 100 mln utenti e pagina Italia (ANSA) – ROMA, 26 MAR – Oltre 100 milioni di utenti attivi ogni mese e il lancio della pagina di Google Italia: questi i numeri e le novita’ di Google+, il social network di Big G lanciato 9 mesi fa. ”Abbiamo implementato oltre 200 miglioramenti di prodotto, piu’ di uno al giorno. Nel mondo sono state aperte piu’ di un milione di Pagine Google+. Cio’ che non smette di sorprenderci – dice la societa’ in una nota – e’ l’uso che le persone, le organizzazioni e le aziende hanno fatto e continuano a fare di Google+”

News di Tecnologia – ANSA.it

La telecamera che riconosce i volti in un secondo, analisi su 36 milioni

29 Mar 2012 · News ed Eventi

Un sistema di rilevazione sviluppato da Hitachi individua rapidamente e con precisione un volto ripreso anche non perfettamente allineato alla camera. E’ stato progettato per i monitoraggi di sicurezza, ma le applicazioni commerciali e civili potrebbero essere altrettanto importanti. In arrivo il prossimo anno sul mercato, la tecnologia potrà dialogare anche con gli smartphone. Ma la privacy è a rischio

ARRIVA DAL GIAPPONE il nuovo sistema di sorveglianza ideato da Hitachi Kokusai Electric. Una telecamera in apparenza come tante, ma con una particolarità unica: è in grado di riconoscere un volto e identificare la persona ripresa nel tempo di un secondo, quello che impiega a confrontare l’immagine con un archivio di 36 milioni di volti.

A regime, il dispositivo di Hitachi potrebbe rivoluzionare il concetto di sorveglianza. E rappresentare un vero e proprio addio all’anonimato per milioni di individui. Per l’individuazione del soggetto ripreso in genere si passano ore davanti ai monitor per delineare le fattezze della persona e ricostruirne un identikit. La telecamera funziona analizzando il soggetto dal momento in cui viene ripreso e iniziando la ricerca istantaneamente attraverso un algoritmo che cerca le corrispondenze nel viso coi soggetti in archivio, raggruppati per caratteristiche del viso. Oltre alla sicurezza, gli impieghi della nuova tecnologia potrebbero essere anche commerciali: è sufficiente immaginarla installata in un centro commerciale, per dare un nome e cognome al flusso di clienti, naturalmente protezione dell privacy permettendo. Ma ad esempio nel caso di ladri abituali, una volta identificato l’autore di un furto con questo sistema sarebbe possibile ripercorrere nel tempo le visite al negozio, e verificare se altre sottrazioni sono avvenute in corrispondenza della presenza del soggetto individuato. Ci pensa il sistema a recuperare i fotogrammi dall’archivio, fornendo agli inquirenti uno strumento di indagine potentissimo.

Rilevazione

precisa. La tecnologia sviluppata da Hitachi permette alla telecamera di individuare un volto con un’inclinazione fino a 30 gradi in orizzontale e verticale rispetto al centro dell’ottica della camera. Ovvero, la persona può muovere il viso, ma a meno che non indossi coperture, la telecamera può indivuduarne il nome. Affinché l’algoritmo entri in funzione, il viso deve occupare un’area di almeno 40×40 pixel, una dimensione di rilievo piuttosto ridotta che rende il sistema molto efficiente. Non solo: è possibile interfacciarsi con l’algoritmo attraverso qualunque tipo di immagine fotografica o video, inviata anche da dispositivi esterni alla telecamera.

Potenza e privacy.
La tecnologia arriverà sul mercato il prossimo anno. “Il sistema si adatta particolarmente a chi fa monitoraggio di utenti e passaggio di persone in grande scala”, dicono alla Hitachi. Ma sicuramente apre nuovi scenari anche per usi meno estesi, considerando la compatibilità con gli smartphone, o addirittura di più: l’ampia parco di telecamere installate nelle città,  potrebbero un giorno essere collegate ad un grande sistema centrale di riconoscimento. E potrebbero aiutare nell’identificazione di persone scomparse o ricercate. Ma per un’applicazione su vasta scala, il legislatore dovrà definire dei nuovi criteri di privacy all’interno di cui il sistema di Hitachi possa essere impiegato. Un compito non semplice viste le potenzialità della tecnologia.

Repubblica.it > Tecnologia

Team ricercatori italiani neutralizza ‘baco’ di Android

29 Mar 2012 · News ed Eventi
Team ricercatori italiani neutralizza 'baco' di AndroidGENOVA – Un team di ricercatori italiani ha scoperto e riparato un ‘baco’ nel sistema operativo Android sviluppato da Google per gli smartphones.

Il team – composto dai professori Alessandro Armando (Fondazione Bruno Kessler di Trento e coordinatore del laboratorio di intelligenza artificiale – Dist di Genova), Alessio Merlo (E-Campus), Mauro Migliardi (Energy aware security dell’Universita’ di Padova) e da Luca Verderame (neo laureato in ingegneria informatica a Genova) – ha individuato il baco e ha progettato la soluzione, successivamente approvata dal Security team di Android, che sara’ inserita negli aggiornamenti. Se non fosse stato neutralizzato, un malware avrebbe saturato le risorse fisiche dei dispositivi bloccando smartphones e tablet.

La vulnerabilita’ di Android, secondo i ricercatori, si basa su un difetto nel controllo della comunicazione tra applicazioni e componenti vitali del sistema che viene messa in crisi esaurendo sistematicamente le risorse di memoria del dispositivo mediante la generazione di un numero arbitrariamente grande di processi. Il principio fondamentale della sicurezza di Android e’ infatti la totale separazione tra le applicazioni (sandboxing) che garantisce che una applicazione non possa inficiare in alcun modo il funzionamento delle altre.

La scoperta dei ricercatori italiani dimostra come questa separazione sia violata nei sistemi correnti, ma sara’ nuovamente garantita grazie alla soluzione proposta e rimasta segreta. La modifica del team di ricercatori italiani si e’ rivelata efficace contro la vulnerabilita’ e verra’ inserita in un prossimo aggiornamento del sistema operativo. Il team di ricercatori ha segnalato prontamente la vulnerabilita’ a Google e al Security Team di Android, fornendo una dettagliata analisi dei rischi relativi.

News di Tecnologia – ANSA.it

Ghana, ecco dove l’economia cresce più in fretta

29 Mar 2012 · News ed Eventi

Il Pil del paese africano potrebbe crescere dell’8,5% nel 2012. E anche i Bric sono costretti a seguire. E tenete d’occhio anche Nigeria e Qatar

Fate largo, Cina e India: arrivano Ghana, Nigeria e Qatar. Chi pensa che i Paesi emergenti con il tasso di crescita più rapido siano ancora i famosi Bric, si sbaglia di grosso. Stando all’ultima edizione dell’indagine Rapid-growth Markets Forecast di Ernst&Young, il primo posto in classifica spetta proprio al Ghana, con una crescita reale del Pil attesa all’8,5% circa nel 2012. La Cina è ferma in seconda posizione, con un +8% annuo, mentre a seguire ci sono Nigeria e Qatar (a pari merito con un +7 per cento). Per arrivare all’India bisogna scendere al quarto posto mentre Russia e Brasile seguono da lontano al 15esimo e 20esimo posto rispettivamente.

La crescita, in larga misura, è trainata dalla disponibilità nei Paesi emergenti di risorse energetiche naturali e di materie prime. Quel che è certo, comunque, è che in molti Stati del Nordafrica e dell’Asia (seppure a velocità diverse) si sta creando un mercato domestico in grado di fornire nuovi stimoli di sviluppo anche in un momento di crisi per le economie sviluppate. Entro il 2020 ci si aspetta che gli emergenti arrivino a pesare per il 45% sul Pil globale, generando il 46% delle esportazioni mondiali di beni e servizi. Il risultato è che un numero crescente di investitori occidentali si sta orientando verso i nuovi Bric “allargati” per cavalcarne la crescita in cerca di un livello di profitti che, in Europa o negli Stati Uniti, non sembra più raggiungibile. Così, a fine 2010 il Qatar ha attratto investimenti stranieri diretti per 1.500 dollari pro-capite, mentre il Cile e gli Emirati Arabi si sono attestati a circa 900 dollari pro-capite; per confronto, Russia e Cina non hanno superato la soglia dei 300 dollari circa.

I risultati sono evidenti anche quando si guarda alle performance delle Borse nazionali. Il Qatar Exchange Index, l’indice che sintetizza le 40 società a maggiore capitalizzazione e liquidità della Borsa di Doha, ha guadagnato nell’ultimo anno il 9,5%. Il Karachi All-share Index, l’indice delle società quotate del Kuwait, è cresciuto nello stesso periodo del 18,5%, recuperando nei primi mesi del 2012 tutte le incertezze del secondo simestre 2011. E il Dubai Financial Market General Index ha guadagnato il 10% circa (mentre l’Abu Dhabi securities market general è cresciuto solo dell’1,5%). Il Ghana Stock Exchange, invece, ha perso lo 0,32% a 12 mesi, guadagnando invece il 7,6% dall’inizio dell’anno a oggi. Nelle ultime settimane, le Borse arabe in particolare hanno visto chiusure contrastate: gli analisti lo interpretano come il sintomo dell’atteggiamento “wait-and-see” degli investitori a fronte della congiuntura economica da un lato, e dell’imminente pubblicazione dei risultati trimestrali delle principali società quotate dall’altro.

Tutto rose e fiori, dunque? In realtà, no: sebbene la crescita reale dei Paesi esaminati dal rapporto Ernst&Young sia innegabile, resta il fatto che per gli investitori privati scommettere sui mercati emergenti è ancora molto rischioso. I fattori da prendere in considerazione sono molti: gli alti tassi di inflazione locali, le instabili condizioni geopolitiche di alcune regioni (Nordafrica su tutte), la presenza di governi autoritari o di democrazie ancora in nuce in molti degli Stati ad alta crescita. Inserire fondi specializzati o Etf indicizzati alle Borse più esotiche può dare un boost di performance al portafoglio. Ancora una volta, però, conviene seguire i consigli dei gestori e non superare una percentuale del 10% dell’asset allocation in emergenti (ma solo se si ha un profilo di rischio accentuato) e sempre in un’ottica di diversificazione.

(Credit per la foto: Ryan Pierse/Getty Images)

 wired – Wired.it

Smartphone, tv, auto, fabbriche l’open source nelle nostre vite

29 Mar 2012 · News ed Eventi

Dall’informatica di consumo alla ricerca medica, passando per le industrie: spesso non lo sappiamo ma molti dei software che usiamo tutti i giorni sono a codice libero: già pronto, economico e modulare di FRANCESCO CACCAVELLA

PIÙ LA SOCIETÀ digitale evolve, più l’open source, il modello di distribuzione libera e gratuita del software e del suo codice sorgente reso popolare dalla distribuzione Linux, guadagna fiducia e attenzione. Una delle ultime previsioni della società di analisi Gartner dedicata a questo mercato ha indicato che, nel 2016, il 99% delle principali aziende utilizzerà almeno un software open source (era il 75% 2010). E, il più delle volte inconsapevolmente, lo stesso stanno facendo oggi milioni di persone.

I vantaggi sono innegabili. Il software open source è già pronto, economico, modulare. Ma è anche di qualità. Secondo una ricerca pubblicata da alcuni giorni fa dalla società di analisi software Coverity, i software open source hanno anche meno difetti dei software con codice proprietario. La ricerca ha confrontato, con procedure automatiche, 45 software open source e 41 software a “codice chiuso” rilevando come, nel primo caso, la densità di difetti (ossia il numero di difetti riscontrati suddiviso per le dimensioni del codice con cui è programmato il software) sia pari, in media, a 0,45, mentre quella dei software proprietari sia pari a 0,64. Poco importa che, paragonando software dalle dimensioni equivalenti, la forbice diminuisca quasi a scomparire. Importante è che la ricerca definisca quanto tutti sapevano da tempo: il software

open source è progettato con qualità.

Un bene per l’industria. Per dirla con Mark Shuttleworth, il milionario fondatore di Ubuntu, una delle più diffuse versioni di Linux, il software open source “accresce l’innovazione tecnologica, ne consente l’accesso anche alle zone periferiche del mondo e permette ai programmatori di esprimere al massimo le loro capacità”. Il principio riceve conferme anche dall’ampia diffusione di progetti a codice aperto che, senza clamori, sono alla base di decine di attività quotidiane: quando usiamo il computer, quando navighiamo su Internet, quando usiamo lo smartphone, quando guidiamo un’automobile.

L’open source ci circonda. Usiamo software open source quando navighiamo su Facebook, su Twitter, su Google, su Wikipedia. Per dirne una, Facebook  probabilmente non sarebbe nato se Mark Zuckerberg  non avesse avuto a disposizione il linguaggio di programmazione PHP, basato su standard aperti e rilasciato con licenza libera così da poter essere utilizzato senza dover pagare diritti. Ancora oggi l’intera infrastruttura di Facebook si basa su software a codice aperto, software che chiunque può scaricare, installare ed utilizzare per i propri servizi.

Non stupisce che l’ambiente di principale utilizzo di software open source sia Internet: le tensioni libertarie maturate dai movimenti americani degli anni Sessanta, in cui affonda le radici il pensiero teorico dell’open source, hanno segnato  anche la nascita della grande rete (“io sono nato tra una marcia di protesta e un’occupazione universitaria”, dirà il fondatore di Linux, Linus Torvalds). Se navighiamo il Web usando Firefox o Chrome, il browser progettato da Google, stiamo usando due prodotti open source, che da tempo erodono vistose quote di mercato a Internet Explorer facendolo scendere al di sotto del 50% nonostante il navigatore sia preinstallato nel 90 per cento dei computer del mondo.

Open source è, naturalmente, anche Android, il sistema operativo per telefoni cellulari progettato da una cordata di imprese con a capo Google. Proprio per la sua natura open source, Android è libero di essere installato, e personalizzato, su qualsiasi dispositivo: dei 150 milioni di smartphone venduti nel mondo negli ultimi tre mesi del 2011, la metà, secondo i dati Gartner, sono stati dispositivi Android. E la stessa tendenza si vedrà presto nel mercato dei tablet.

A favore della diffusione dei software open source vi è anche la loro modularità: è facile adattare “pezzi” di software da un progetto ad un altro, senza dover necessariamente riscriverli da zero. Tizen, ad esempio, è un sistema operativo open source nato da Linux e da altri progetti a codice aperto che è destinato ad equipaggiare smartphone, Smart Tv, decoder per la tv digitale e così via.

L’open source in salotto. Un settore sempre più aperto al codice libero è quello dei televisori e dei dispositivi di intrattenimento domestico. Le moderne “Smart TV” hanno bisogno, per gestire i loro servizi “intelligenti”, di sistemi totalmente diversi da quelli delle televisioni di qualche anno fa. LG, ad esempio, permette di riprodurre sulle proprie TV i film, le canzoni e le foto conservati nei PC di casa utilizzando una rete interna e le tecnologie del software open source Plex, mentre il sistema operativo dei televisori Samsung è basato su Linux, tanto che alcuni programmatori ne hanno creato un sostituto chiamato Samygo.

Usiamo software open source anche se utilizziamo uno dei tanti box multimediali per visualizzare la cosiddetta IPTV, la televisione via connessione ADSL. Sia Cubovision, il prodotto di Telecom Italia basato su MeeGo, sia il Tiscali TvBox utilizzano tecnologie aperte.  Open source sono anche la maggioranza dei software di gestione degli hard disk multimediali, gli apparati che, connessi ad un televisore, permettono di riprodurre filmati, musica o foto conservati in hard disk interni.

Pinguini &C. nella auto. Necessità simili, avere un buon software già pronto all’uso da poter adattare a propri prodotti, hanno spinto Ford a dar vita al progetto OpenXC, una piattaforma composta da software basato su Android e hardware basato sul progetto italiano Arduino open source che permette di leggere i dati dell’automobile e registrarli per poter essere utilizzati nell’auto stessa o in applicazioni per smartphone o PC.  Al momento è presente, ad esempio, negli ultimi modelli di Ford Focus e Ford Fiesta, ma può essere adottato liberamente da qualsiasi altro produttore. Meego, il progetto da cui è nato Tizen descritto poco fa, è invece stato adottato da BMW per essere utilizzato nei navigatori delle sue automobili, mentre BMW e altri produttori sono consorziati nel consorzio Genivi nato per supportare l’adozione di software open source nei sistemi di infotainment delle autovettura.

Se si entra in fabbrica. I settori più innovativi dell’informatica di consumo utilizzano software open source e libero e, ciò fanno anche le industrie più complesse, come quella aerospaziale o automobilistica. Ma open source non è solo software o hardware. In una presentazione tenuta ad una TED Conference lo scorso Giugno, Jay Bradner, un ricercatore dell’istituto di medicina di Harvard, ha descritto come il suo laboratorio è riuscito a produrre una molecola (la molecola JQ1) in grado di rallentare il processo di riproduzione di geni tumorali. Al momento dell’intuizione iniziale il team di Bradner ha coinvolto colleghi di tutto il mondo per cercare aiuto e al momento della scoperta, quando la molecola era pronta, al posto di tenerne segreta l’identità chimica, come farebbe una casa farmaceutica, l’ha pubblicata per permettere a tutti di utilizzarla. Bradner ha chiamato questo processo una “ricerca open-source sul cancro”. “La libertà di collaborare con gli altri è fondamentale per avere una buona società in cui vivere e questo per me è molto più importante di avere un software potente e affidabile”. A questo, forse, pensava Richard Stallman, padre del movimento del software libero, quando, in una conferenza, gli fu chiesto di chiarire il senso più profondo dell’open source.

Repubblica.it > Tecnologia

Battuto in Italia il record di internet veloce

29 Mar 2012 · News ed Eventi

Battuto il record mondiale di internet veloce: oltre mille gigabit al secondo (mille miliardi di bit). Il risultato è stato ottenuto dall’Istituto di Tecnologie della Comunicazione dell’Informazione e della Percezione (TeCIP) della Scuola Superiore Sant’Anna, in collaborazione con il Laboratorio Nazionale di Reti Fotoniche del Cnit (Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Telecomunicazioni) e con la multinazionale Ericsson.

Nelle scorse settimane i ricercatori avevano dimostrato, primi al mondo, che gli apparati di ultima generazione, progettati e realizzati a Pisa per funzionare fino a 448 Gigabit al secondo per canale, possono essere impiegati nei sistemi installati e coesistere con il traffico reale.

La sperimentazione è stata condotta in una porzione di rete spagnola, messa a disposizione dal gestore Telefonica, tra le città di Granada e Jaen, grazie ad apparati commerciali di Ericsson insieme ai prototipi realizzati a Pisa. Il traffico è stato trasmesso con successo per una distanza di circa 300 chilometri. Ma nei laboratori di Pisa il record mondiale di velocità di 448 Gigabit al secondo per canale è stato superato di nuovo, portando la velocità di trasmissione a più di 1000 gigabit e introducendo per la prima volta al mondo tecniche innovative di elaborazione dei segnali e di codifica.

Il sistema è stato presentato negli scorsi giorni a Los Angeles durante la maggiore esposizione internazionale del settore, “Optical Fiber Communication Conference and Exposition and the National Fiber Optic Engineers Conference”. I vantaggi della rete internet superveloce saranno significativi: essa permetterà di incrementare il numero di utenti, con riduzione dei costi, e di offrire una velocità di connessione superiore. Con il sistema progettato dai ricercatori di Pisa, sviluppato da Ericsson e che è stato utilizzato in Spagna sulla rete di Telefonica, in appena un secondo e su un unico canale è stato possibile trasmettere l’equivalente di oltre 300 film in alta definizione, 30mila film in qualità standard, gestire 500mila collegamenti Adsl a 20 megabit oppure 120 milioni di videochiamate o due miliardi di telefonate standard.

100tech

Un biglietto per Marte costerà 500mila dollari

28 Mar 2012 · News ed Eventi

Elon Musk di SpaceX spinge sulle frontiere del turismo spaziale: con mezzo milione di dollari si arriverà fino al pianeta rosso. Ritorno compreso, ovviamente

Allacciate le cinture e preparatevi a un viaggio indimenticabile. Vi lascerete la Terra alle spalle e vi godrete un panorama indimenticabile: la superficie incontaminata di Marte. Sembrano slogan da pubblicità fantascientifica, ma l’imprenditore Elon Musk ci crede eccome. L’idea, almeno sulla carta, è molto accattivante: staccare un biglietto da 500mila dollari per portare i turisti sul pianeta rosso.

Se Musk non fosse Ceo di SpaceX, l’azienda privata che produce veicoli spaziali, nessuno gli darebbe retta. Ma gli ultimi successi appuntati sul suo diario di bordo – il 30 aprile la sua navicella Dragon tenterà un docking con l’Stazione spaziale internazionale (Iss) – trasformano l’impossibile in realtà. A patto di avere in tasca mezzo milione di dollari e di non avere paura del vuoto siderale.

Come spiega Wired.com, le previsioni di Musk si riferiscono a un futuro non ben definito. Di sicuro i primi viaggi su Marte costeranno molto di più, ma il Ceo di SpaceX prevede che nell’arco di 10 anni il prezzo di un biglietto marziano potrebbe assestarsi intorno ai 500mila dollari. Ma, per adesso, l’agenzia privata ha lanciato con successo solo 4 razzi sperimentali.

Insomma, tutte le speranze sono riposte nella prossima missione della capsula Dragon. Se la navicella targata SpaceX riuscirà nella manovra di avvicinamento alla Iss, per Musk potrebbe effettivamente aprirsi un nuovo capitolo. L’interno del modulo spaziale in futuro potrà ospitare fino a sette persone. Facendo i calcoli dei biglietti staccati, un tour marziano frutterebbe ben 3,5 milioni di dollari.

Niente male per una azienda privata, ma va ricordato che il costo delle missioni spaziali odierne rasenta cifre ben più corpose. Spedire un equipaggio di astronauti verso la Iss, per esempio, richiede un investimento di almeno 50 milioni di dollari. Prima di arrivare su Marte, dovremo almeno accertarci di ridurre i costi dei viaggi orbitali fuori casa.

(Credit per la foto: NASA/Alan Ault)

 

wired – Wired.it

L’hacker delle star di Hollywood rischia fino a 60 anni di carcere

28 Mar 2012 · News ed Eventi

Christopher Chaney, 35 anni, di Jacksonville, Florida, si è dichiarato colpevole dell’accusa di pirateria informatica ai danni di celebrità. Si era infiltrato nehgli account di posta di Christina Aguilera, Mila Kunis e Scarlett Johansson diffondendo poi sul web foto private, anche sexy

LOS ANGELES(California, Usa) – È considerato l’hacker delle celebrità: tra le sue vittime Christina Aguilera, Mila Kunis e Scarlett Johansson, che si sono ritrovate sul web foto private; ora rischia fino a 60 anni di carcere e una multa di 2,2 milioni di dollari, pari a circa 1 milione 650mila euro. Christopher Chaney, 35 anni, di Jacksonville, Florida, ieri si è dichiarato colpevole dell’accusa di pirateria informatica ai danni di celebrità. I documenti del tribunale parlano di nove imputazioni, tra cui l’accesso non autorizzato a un computer e numerose intercettazioni. L’arresto per Chaney era scattato in ottobre nell’ambito di un’indagine durata più di un anno sull’hacking nei confronti delle star che le autorità di polizia hanno soprannominato “Operazione Hackerazzi”.

FOTO

I procuratori hanno fatto sapere che Chaney ha hackerato le caselle di posta elettronica di oltre 50 persone nel settore dello spettacolo tra novembre 2010 e ottobre 2011. Alcune foto di nudo della Johansson erano state successivamente pubblicate su internet insieme con immagini private della Aguilera. “Fino a d’ora – ha commentato l’avvocato Christopher Chestnut – Chris si è sempre dimostrato molto collaborativo con i pubblici ministeri. E’ pentito per qualsiasi danno causato alle star e ormai

siamo a una soluzione del caso”. Chaney aveva estratto i dati a disposizione del pubblico per ricavare password e domande di sicurezza per forzare gli account delle celebrità e aveva impostato una funzione di copia e inoltro che gli permetteva di avere tutte le mail inviate e ricevute dalle caselle di posta delle celebrità.

In un’intervista di dicembre su Vanity Fair la Johansson aveva dichiarato che le sue foto di nudo erano in effetti degli scatti per Ryan Reynolds, ora suo ex marito. Chaney ha trasmesso molte delle fotografie in suo possesso a due siti di gossip e a un altro hacker, ma non è stato provato che guadagnasse da questa attività. Dopo aver dato ordine di non mettere l’hacker dietro alle sbarre fino alla sua effettiva condanna, il giudice distrettuale James Otero ha notato che Chaney continuava a introdursi negli account delle star: “Non capisco perché una persona razionale avrebbe continuato con questo tipo di comportamento”, ha commentato Otero.

Come parte del patteggiamento ora l’hacker delle star dovrà pagare un risarcimento alle vittime che va dai 15mila ai 400mila dollari, ovvero dagli 11mila ai 300mila euro. Non è chiaro se la Aguilera, la Kunis e la Johansson scriveranno al giudice o assisteranno alla sentenza ma tutte e tre hanno accettato di rendere pubblico il loro nome dopo l’atto d’accusa annunciato lo scorso ottobre.

Repubblica.it > Tecnologia

Palermo tra immondizia e cortei nei rifiuti faldoni dell’Interno

26 Mar 2012 · News ed Eventi

In contemporanea scioperano gli operai della Gesip, si fermano quelli dell’Amia, paralizzando la raccolta dei rifiuti, e incrociano le braccia i lavoratori dell’Amat. Tra i cumuli di rifiuti recuperati anche alcuni documenti del ministero dell’Interno

Giornata di passione per gli automobilisti palermitani, per proteste e cortei che paralizzano la città che oggi si è svegliata coperta dai rifiuti. E ci sono anche numerosi faldoni del ministero dell’Interno tra i cumuli di immondizia che sono cresciuti negli ultimi giorni a causa dello sciopero dei dipendenti dell’Amia, l’azienda che gestisce il servizio di raccolta. La scoperta è stata fatta stamani da alcuni fotografi all’angolo tra le Via Paisiello e Paolo Veronesi, in una zona residenziale della città. Tra i documenti, alcuni dei quali riservati, anche la raccomandata inviata a un magistrato e alcuni ordini di servizio relativi all’attività dei vigili del fuoco di Agrigento. La presenza dei faldoni è stata segnalata alla polizia.

 

 

http://palermo.repubblica.it/cronaca/2012/03/26/news/palermo_tra_rifiuti_e_cortei_un_altro_giorno_di_passione-32215364/

Schermo sottile come foglio di carta per smarphone, pc e tablet

26 Mar 2012 · News ed Eventi

Un display sottilissimo e addirittura arrotolabile.
Questa sembra essere la nuova prospettiva per ciò che concerne il prossimo futuro della tecnologia.

La sperimentazione in questione, riportata da un apposito articolo pubblicato sulla nota rivista Science, è stata condotta da alcuni ricercatori statunitensi.

Gli studiosi dell’Università della California di Los Angeles hanno infatti messo a punto un sistema in grado di realizzare dei sofisticatissimi fogli “arrotolabili” in grado di immagazzinare una grande quantità di energia.

Per far ciò, i fautori dello studio hanno sfruttato la tecnica al laser comunemente utilizzata per la scrittura sui DVD.

Utilizzando quest’ultima hanno pertanto realizzato dei “fogli” di grafene con particolari caratteristiche.

Essi sono infatti allo stesso tempo robusti e flessibili, e permettono l’immagazzinamento di grandi quantità di energia, alla stregua di quelle che si potrebbero definire come “super-batterie”.

La sperimentazione appena descritta potrebbe pertanto avere numerose applicazioni in campo tecnologico, sia per ciò che concerne la creazione di display sottilissimi per i principali device e computer, che per la realizzazione di “indumenti elettronici”.

L’articolo pubblicato su Science

PianetaTech.it

Pages:«1234567...139»