Addio monitor, il display si arrotola presto schermi flessibili al grafene

26 Mar 2012 · News ed Eventi

Secondo uno studio su Science entro breve arriveranno i primi supporti visivi a grafene, un materiale con cui produrre schermi arrotolabili in grado di ridefinire il concetto di visione. Infinite le applicazioni possibili, dalla tecnica all’intrattenimento, alla salute. I supporti potranno immagazzinare più energia delle attuali batterie

ROMA – Grafene, un materiale che per la tecnologia inizia a sembrare più prezioso del silicio. E che forse a breve farà ridefinire all’industria il concetto di display. La prestigiosa rivista Scienceha pubblicato uno studio secondo cui si avvicinano a grandi passi gli schermi che si arrotolano come fogli di carta. Una possibilità data da una nuova tecnica che con la comune tecnologia laser per scrivere i Dvd, realizza fogli di grafene capaci di immagazzinare grandi quantità di energia. Il risultato si deve a un gruppo di ricerca coordinato da Maher El-Kady dell’Università della California a Los Angeles.

Lo schermo si piega. I fogli di grafene ottenuti dai ricercatori, sono flessibili, robusti e altamente conduttivi, tanto da essere utilizzati come dispositivi capaci di immagazzinare grandi quantità di energia. Le possibili applicazioni sono moltissime e sanno di futuro: dagli schermi arrotolabili alla carta da parati elettronica, fino all’elettronica indossabile che raccoglie e immagazzina energia grazie al movimento del corpo. E’ facile immaginare una casa con le pareti interattive, così come una tuta in grado di mostrare dati e informazioni riguardanti il corpo che la indossa. Senza contare le possibili applicazioni nel campo della tecnologia personale, dai dispositivi mobili di nuova concezione e portabilità, fino a fogli digitali di informazione.

Alta capacità energetica.
I nuovi dispositivi, chiamati capacitori elettrochimici,

possono essere usati come elettrodi e tendono ad aver un ciclo di vita più lungo rispetto alle batterie.  A differenza delle tecniche tradizionali che realizzano sottili elettrodi di grafene con tecniche di stampa, come quella a getto di inchiostro, il nuovo processo concentra un laser a bassa potenza su un deposito di ossido di grafene per assottigliarlo e convertirlo in uno strato di singoli atomi di carbonio. La larga area di superficie dei fogli di grafene aumenta la loro capacità di immagazzinare energia.

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Digital 2B al “Palermo Elevator Pitch”

25 Mar 2012 · News ed Eventi

Il 23 Marzo abbiamo partecipato all’iniziativa promossa dal Palermo Google Technology User Group.

Al Mondadori MultiCenter di via R. Settimo, 16 a Palermo, 13 giovani  innovatori hanno avuto l’opportunità di presentare, in cinque minuti, idee imprenditoriali , casi di studio, progetti professionali, portfolio, prodotti, servizi ed organizzazioni, tutti rigorosamente made in Palermo.

 

All’evento erano presenti 3 investitori:

  • Antonio Censabella, Presidente 2020 INVESTIMENTI – Resp.le Capitale di RIschio K2C
  • Alessandro Arrigo, Deal Flow coordinator 2020 INVESTIMENTI
  • Castrenze Guzzetta, Vertis Venture

Per noi, Salvatore Baglieri ha presentato i vantaggi della digitalizzazione dei documenti e della loro gestione elettronica.

 
Le slides sono scaricabili qui.

Il file sharing dopo Megaupload vive in siti anonimi e decentrati

23 Mar 2012 · News ed Eventi

La battaglia delle major che ha portato alla chiusura dei più grandi siti di scambio file, e all’eutanasia di altri, non ha certo stroncato il fenomeno. Che si è spostato su luoghi alternativi, grazie anche al lavoro di ricercatori universitari. Ecco come di ALESSANDRO LONGO

IL MONDO del file sharing dopo Megaupload? È cambiato e sta cambiando ancora. Ma è come se rispettasse un copione già visto. Succede che la giustizia si è fatta sì più aggressiva e i siti di file sharing si spengono l’uno dopo l’altro; puntualmente, però, le alternative crescono e si moltiplicano stavolta nel segno di anonimato e decentralizzazione: sono queste le due parole d’ordine che animano la frontiera emergente dei servizi grazie ai quali – adesso – gli utenti possono procurarsi file di ogni genere. E’ la reazione, quasi naturale, a un clima di caccia senza quartiere che le autorità stanno portando avanti per stanare i pirati del copyright.

Le manette mettono paura. Gli Stati Uniti hanno richiesto alla Nuova Zelanda, dove è stato arrestato, l’estradizione di Kim “Dotcom” Schmitz, il fondatore di Megaupload; e si deciderà nel giro di poco tempo. Proprio dalla chiusura del più popolare sito di file sharing si è scatenato il terrore. Anche in Italia: siti che collezionavano link per il download di file protetti da diritto d’autore vengono oscurati o decidono di chiudere spontaneamente. L’italiano Ddlfantasy.net è l’ultimo esempio di chiusura volontaria ed era un punto di riferimento soprattutto per chi andava alla ricerca di serie tv (pirata). Aveva 315 mila utenti registrati, 16 mila link a film e 2.165 link a serie tv. Nell’annuncio d’addio, i gestori scrivono che il clima per loro e per quelli come loro è ormai pessimo: “Caccia

alle streghe”, così la chiamano, citando anche l’arresto, pochi giorni prima, di SiDCrew, uno dei principali “releaser” italiani di serie tv (un utente che recupera il video di una puntata di una serie e poi lo pubblica su internet).

Pirati senza fine. In questa fase i luoghi più noti del file sharing perdono colpi, ma la pirateria non sembra aver intenzione di fermarsi. E per continuare imbocca nuove strade. “Queste azioni non bastano certo a frenare il fenomeno degli utenti che vogliono scaricare gratis. Ci sarà un semplice travaso di pubblico dai siti defunti a sistemi che è impossibile tracciare o bloccare”, dice Andrea Monti, avvocato esperto di nuove tecnologie e rappresentante italiano di Electronic frontier foundation, la storica associazione americana per i diritti degli utenti internet. Si tratta di servizi come Triblet o Retroshare, che riportano in questi giorni un boom di utenti. Retroshare li ha triplicati a gennaio e di nuovo raddoppiati a febbraio, quando il programma è stato scaricato 21 mila volte. Dieci volte in più rispetto all’anno precedente.

Le alternative. Retroshare sta a sistemi come Megaupload come una base militare sta a una cascina di campagna. Permette agli utenti di creare un network privato e basato su crittografia, per condividere i file. Si parte aggiungendo alla propria rete amici fidati, per la condivisione via peer to peer. E’ possibile scaricare file anche da sconosciuti, ma solo facendoli passare tramite un amico di network. La crittografia crea insomma una rete oscura (“darknet”), dove gli utenti restano anonimi e virtualmente al riparo da occhi indiscreti. Il file sharing su reti anonime via crittografia è probabilmente il punto di non ritorno nella guerra del diritto d’autore. “L’unico modo di debellare questi sistemi sarebbe vietare la crittografia… ma significherebbe bloccare il sistema bancario mondiale”, dice Monti. Al momento, per altro, non c’è nemmeno bisogno di arrivare alla crittografia per fare un filesharing molto più protetto rispetto ai sistemi appena defunti. Tribler, per esempio, è un servizio decentralizzato, anche se non anonimo, che sta diventando popolare. L’hanno scaricato 180 mila persone nell’ultimo mese. E’ un client Bittorrent che non ha bisogno di un motore di ricerca separato. I motori (tipo The Pirate Bay) sono il punto debole delle reti torrent, visto che la giurisprudenza si sta orientando a considerarli facilitatori della pirateria. Vengono chiusi o denunciati per i loro “indici”, che consentono agli utenti di trovare i file.

Tribler non è un motore. Supera la questione mettendo gli indici sulla rete peer to peer e cioè affidandoli, a pezzetti, ai computer degli stessi utenti. Tribler non ha server quindi che possano essere accusati di indicizzare i file. “Il solo modo per spegnerlo, è spegnere internet”, dice Johan Pouwelse, docente dell’olandese Delft University of Technology e uno degli autori del software. Già, all’industria del copyright non farà piacere saperlo ma Tribler non nasce nel garage di un pirata informatico: è opera invece di 18 ricercatori universitari. Per di più, è stato finanziato da fondi pubblici nazionali ed europei. Perché quello che il copyright vede come un furto, per altri è l’idea di creare reti più affidabili e a prova di tutto, senza punti deboli che siano attaccabili (da malintenzionati o dall’ordine di un giudice, dal punto di vista scientifico non fa grande differenza). “La massa degli utenti finirà su reti peer to peer più sicure di quelle che si sono diffuse finora. La possibilità alternativa è che l’industria del copyright riesca a creare un’offerta legale davvero appetibile”, dice Monti. Per la musica, almeno, qualcosa in questo senso comincia a vedersi anche in Italia. La strada è lunga, però, e adesso appare chiaro che la mera guerra poliziesca al file sharing finirebbe in un vicolo cieco.

Repubblica.it > Tecnologia

LibreOffice, ora con bollino Intel

12 Mar 2012 · News ed Eventi

La suite di produttività si guadagna i favori di un partner d’eccezione, che distribuisce il software sul suo app store e fornisce quattrini per lo sviluppo

Roma – LibreOffice entra a far parte della scuderia di applicazioni disponibili sull’Intel AppUp Center, l'”app store” per software x86 aperto dal chipmaker. E il coinvolgimento di chipzillacon la suite FOSS non si ferma qui, visto che Intel è anche entrata a far parte dell’advisory board di The Document Foundation.La versione “speciale” di LibreOffice presente sull’AppUp Center gira naturalmente su Windows (XP, Vista, 7), ma è stata rifinita da Intel stessa con il contributo di SUSE ed è fornita con il supporto a cinque lingue diverse (inglese, tedesco, francese, spagnolo e italiano).

“Diamo il benvenuto a Intel in The Document Foundation, e non vediamo l’ora di collaborare assieme a loro” ha commentato Gerald Pfeifer di SUSE. “È fantastico vedere Intel che distribuisce LibreOffice attraverso un nuovo canale così che un maggior numero di utenti possano provare la suite su Windows”, ha continuato Pfeifer.

Oltre che per la distribuzione della suite via AppUp Center, TDF ha di che gioire per la preziosa chance di garantire a LibreOffce il supporto di un importante partner commerciale, supporto che oltre al codice prevede anche finanziamenti alla Fondazione.

Chi con tutta probabilità non sarà entusiasta della nuova iniziativa è Microsoft, storico partner di SUSE ma soprattutto di Intel (noto, a tal proposito, il duopolio “Wintel” su piattaforme x86).

Alfonso Maruccia

Punto Informatico

Twitter, 500 milioni di iscritti

3 Mar 2012 · News ed Eventi

Il social network ce l’ha fatta, la cifra record è stata raggiunta. Ma i cinguettatori sono così tanti?
– ECCO I 50 ITALIANI DA SEGUIRE

Il contatore di  Twopchart è arrivato a destinazione e il 500milionesimo iscritto di Twitter si è appena iscritto al social network. La notiza era nell’aria già dallo scorso ottobre, quando la creatura di Jack Dorsey raggiunse quota 400 milioni. Il nuovo record odierno sarebbe insomma il frutto di una scalata al successo costante che ha portato l’ uccellino più famoso della Rete al centro delle cronache internazionali. Il dato, però, può essere facilmente sopravvalutato.

Si sa: molte persone si iscrivono ai social media per curiosità, osservano per qualche tempo e poi smettono di utilizzare i servizi. Anche l’iscritto che fece raggiungere i 400 milioni, per esempio, ha all’attivo appena un twit. 500 milioni è un dato grezzo, ben distante da quanto dichiarato dallo stesso fondatore lo scorso anno: gli utenti attivi, che utilizzano regolarmente Twitter sono solo 100 milioni, una popolazione comunque molto estesa, ma nettamente inferiore a quella complessiva. Secondo le stime, il 40% degli iscritti non twitta ma si limita a leggere e a trarre informazioni dal sito, mentre il 62,3% dei nuovi arrivati dopo il raggiungimento del precedente record non ha ancora cambiato l’immagine profilo di deault, il 12, infine, si sarebbe addirittura cancellato.

Stabilire la reale popolazione di Twitter è insomma complicato, se si vuole avere un dato realmente significativo. Proprio perchè lo stesso social media si offre a  utilizzi differenti: chi si limita a leggere, per esempio, è un utente vivo? Per molti Twitter è infatti semplicemente un eccellente strumento di informazione e rassegna stampa. Ma come stabilire le differenze tra chi spulcia e basta e i profili abbandonati? E se il conteggio di Twopchart, che si basa su numeri pubblici come quelli visualizzabili con la app Mac, fosse errato – come ha osservato TheNextWeb – staremmo parlando di una bufala?

Meglio insomma utilizzare un bel condizionale e dire: Twitter potrebbe avere 500milioni di utenti. Quello che rimane certo è la strada percorsa dal sito di Jack Dorsey nei suoi 5 anni di attività. Il compleanno è stato festeggiato lo scorso 21 marzo, proprio nell’anno in cui Twitter è stato più che mai al centro delle cronache per via del suo definitivo sdoganamento al di fuori della nicchia della Rete grazie anche i numerosi fatti di cronaca internazionale che lo hanno visto protagonista. Non male, per un progetto nato dal fallimento di un’altra idea, nell’ormai classico garage  geek di San Francisco. E pensare che all’inizio doveva chiamarsi Twittr e nel primo articolo che ne svelò la nascita al mondo su TechCrunch venne definito come “una sorta di applicazione per l’invio di Sms di gruppo”. Un basso profilo che 5 anni e 500milioni di utenti dopo, Jack Dorsey ha ribaltato completamente affermando che “non siamo più un social netwok” mettendo al centro la natura informazionale del suo portale. Chissà se i fondatori avrebbero mai puntato un dollaro sulla possibilità che per alcuni Twitter sarebbe stato addirittura il motore di alcune rivoluzioni

wired – Wired.it

Library.nu come Megavideo chiuso il sito degli ebook pirata

29 Feb 2012 · News ed Eventi

I proprietari del dominio hanno deciso per l’autochiusura, come ultimamente già altri popolari spazi di condivisione di file. Ora i link rimandano a Google Books. “Un successo dell’industria”, dice l’International Publisher Association. Ma il file sharing è un fenomeno che va oltre i singoli casi

NON SOLO file musicali e video. La pirateria si occupa anche di libri digitali. Il sito che ospitava ben 400 mila ebook (e di questi 4.000 erano italiani), condivisi e da scaricare liberamente nonostante protetti da diritto d’autore, è stato chiuso dai responsabili al culmine di un’offensiva internazionale che ha visto la partecipazione dell’Associazione italiana editori. Il sito non è più raggiungibile, i file contenuti nel suo dominio saranno tutti cancellati.

INTERATTIVO: TUTTO SUGLI EBOOK
 
Libri come i film. Library.nu, questo il nome del dominio, ha deciso per un’autochiusura, come già altri popolari “tracker” per lo scambio di torrent negli ultimi tempi. Dopo Megaupload e Megavideo, chiusi qualche settimana fa con grande clamore in seguito alle iniziative delle major dell’entertainment, è il turno della pirateria in un settore che ha ancora numeri di molto inferiori rispetto alla musica e ai film ma appare in crescita costante in tutto il mondo, quello dell’editoria digitale. In questo caso si parla di guadagni per circa 11 milioni di dollari.

La decisione di chiudere è arrivata dopo l’ingiunzione avviata dagli editori Cambridge University Press, Harper Collins, Elsevier and John Wiley & Sons, che hanno mosso accuse anche contro il servizio

ifile.it. Quest’ultimo ha optato per la sola chiusura degli upload anonimi. Ma gli editori cantano vittoria: “L’industria editoriale ha dimostrato di sapers combattere i crimini relativi al copyright anche su larga scala”, ha dichiarato Jens Bammel dell’International Publisher Association.

La chiusura di Library.nu è solo l’inizio, evidentemente, così come il meccanismo già osservato in altre occasioni si ripete: i file migrando senza grandi difficoltà nei circuiti peer to peer tradizionali come emule e nei torrent. Ma al momento, cercare un libro su Library.nu rimanda a Google Books, dove è possibile procurarsi i testi in maniera legale. Certo è che il fenomeno del file sharing è molto più complesso di quanto appaia, e la chiusura di siti è poco più di un deterrente. Le frontiere della condivisione di contenuti avanzano spedite tanto quanto la lotta alla pirateria, se non di più. E tra torrent e P2P diretto, lo scenario è in continua evoluzione.

Repubblica.it > Tecnologia

Android 5.0 nascera’ a primavera

29 Feb 2012 · News ed Eventi

Il successore di ICS potrebbe accelerare l’uscita entro giugno, prima di Windows 8. Stando alle voci, il nuovo Android potrà affiancare altri OS grazie al dual-boot

Roma – Android 4.0 ha appena detto la sua sulla differenziazione, unificando l’ecosistema smartphone con quello tablet, ma nei laboratori Google già si pensa al passo successivo. Entro il mese di giugno l’azienda di Mountain View potrebbe infatti rilasciare Android 5.0.

Secondo la classica fonte bene informata il nuovo firmware in lavorazione, nome in codice “Jelly Bean”, tenterà di rompere le uova nel paniere Microsoft: come noto, il prossimo sistema operativo Windows 8 potrà essere installato anche sui tablet PC con chip ARM. Un fornitore taiwanese di componenti hardware sta facendo circolare la voce che Android 5.0 tenterà la via della convivenza, piuttosto che combattere, integrando la funzione dual-boot. Google starebbe insomma tentando di infilare Android anche sui tablet che i produttori pensano di vendere con Windows 8 a bordo.

La gola profonda asiatica si spinge anche oltre, dichiarando che Jelly Bean darà una seconda opportunità a notebook e netbook, messi in crisi dal successo dei tablet. Il dual-boot, in questo caso, consentirà all’utente di avviare il mini-PC con Android o con Chrome OS.

Notizie da prendere con le pinze, considerato che per molti Ice Cream Sandwich deve ancora ingranare a dovere. I possessori di smartphone Motorola dovranno ad esempio attendere il terzo trimestre 2012 per passare ad Android 4.0, e anche gli aggiornamenti HTC procedono con il contagocce.

Roberto Pulito

Punto Informatico

Un 29enne italiano sulla prima pagina dell’Herald Tribune

28 Feb 2012 · News ed Eventi

Le polemiche sulla monotonia del posto fisso finiscono sulla stampa internazionale. Insieme al segretario di Agorà Digitale, Luca Nicotra. Come viene vista l’Italia?

“L’Italia affronta la fine del lavoro a vita”. È il titolo che campeggia in prima pagina sull’ International Herald Tribune  di oggi (l’edizione mondiale del New York Times), accompagnata da una foto del nostro Luca Nicotra, segretario di  Agorà Digitale, associazione per la libertà della Rete. La polemica sulle affermazioni del premier Mario Monti, che un paio di settimane fa aveva definito il posto fisso come monotono in un’intervista a Matrix, è arrivata anche a livello internazionale. E così il quotidiano racconta l’ irritazione dei nostri giovani ( esplosa anche su Twitter), sottolineando però che nel dibattito si è persa una visione più ampia sul mondo del lavoro italiano e che questo è  rimasto indietro rispetto al resto d’Europa e agli Usa.

Il lavoro così come lo conosciamo è finito“, ci raccontava l’imprenditore creativo Luca Panzarella all’indomani della provocazione di Monti. ” Ma la mobilità lavorativa anglosassone semplicemente non esiste in Italia“, afferma Nicotra: ” l’idea di un lavoro per tutta la vita è centrale in un paese che non offre alternative“. Una via d’uscita potrebbe essere l’imprenditoria, ma nel nostro paese lo spirito imprenditoriale è raro, perché non viene insegnato, secondo il 29enne Nicotra. E un’altra dovrebbe passare per l’agenda digitale, aggiungiamo noi, sposando gli emendamenti che proprio Agorà Digitale ha proposto insieme ad alcuni parlamentari. Intanto si continua a discutere di mercato del lavoro e nel frattempo sono partite le prime cabine di regia per la digitalizzazione italiana. Si parla ancora di idee e pochi fatti, quindi restiamo in vigile attesa.

wired – Wired.it

Innovazione, la ricetta della Ue per la crescita “Un milione di posti di lavoro nella ricerca”

28 Feb 2012 · News ed Eventi

Solo così, si legge in uno studio appena pubblicato dalla Commissione Europea, si riuscirà a raggiungere per il 2020 l’obiettivo di un investimento in R&S che raggiunga in media per ogni Paese il 3% del Pil. L’Italia sotto la media dell’Unione di ROSARIA AMATO

ROMA – Una “Unione dell’innovazione in cui imprese innovative in rapida crescita prospereranno e creeranno nuovi posti di lavoro ad elevato valore aggiunto e dove l’innovazione proporrà prodotti e soluzioni in risposta ai bisogni e alle attese della società”. In tempi di crisi, mentre Eurostat ci aggiorna sullo stato della recessione, piombata su diversi Paesi Ue, la Commissione Europea lancia ancora una volta la sfida dell’innovazione, proponendo gli investimenti in ricerca e sviluppo come “un importante motore di crescita e uno stimolo alle idee innovative per il futuro dell’Europa”. In effetti il quadro che emerge dall’ultima edizione della “Relazione sulla competitività dell’Unione dell’innovazione”, l’analisi dello stato della ricerca e sviluppo nella Ue-27 appena pubblicata dalla Commissione, non è proprio dei migliori. L’obiettivo prioritario della strategia “Europa 2020” di un investimento del 3% del Pil in ricerca e sviluppo appare ancora lontano, anche se non utopistico: siamo passati da una media Ue dell’1,85% del Pil nel 2007 a una percentuale del 2,01% nel 2009.

La Cina ci supererà nel 2014. Nel frattempo, però, ricordano gli analisti europei, le altre aree del mondo sono andate avanti, molto più spedite rispetto ai ritmi del Vecchio Continente. Fra il 1995 e il 2008 il totale

di investimenti nella ricerca in termini reali nella Ue è aumentato del 50%. Nello stesso periodo gli investimenti negli Stati Uniti sono cresciuti però del 60%, nei quattro Paesi a maggiore intensità di conoscenze dell’Asia (Giappone, Corea del Sud, Singapore e Taiwan) hanno registrato un aumento del 75%, nei Paesi Brics (Brasile, Russia, India e Sudafrica) del 145%, con la Cina che però vanta una crescita dell’855%. “Ne deriva che una quota sempre maggiore di attività di R&S nel mondo avviene fuori dall’Europa”, si legge nel rapporto. Il Vecchio Continente ha perso quote importanti infatti negli ultimi anni: nel 2008 meno di un quarto (24%) del totale della spesa di R&S mondiale ha interessato la Ue, contro il 29% nel 1995. La Cina supererà l’intera Ue entro il 2014 per volumi di spesa in ricerca e sviluppo.

I punti di forza della Ue. Però non tutto è perduto, assicura la Commissione. Intanto l’Europa ha un punto di forza non trascurabile nelle risorse umane: nel 2008 nell’Unione Europea vi erano 1,5 milioni di ricercatori a tempo pieno, contro 1,4 milioni negli Stati Uniti e 0,71 in Giappone. Certo, la Cina ci ha già superati: nel 2008 era già a quota 1,6 milioni. L’Europa potrà farcela, secondo gli esperti di Bruxelles, se riuscirà a “creare almeno un milione di nuovi posti di lavoro nella ricerca”. Una prospettiva entusiasmante per i giovani europei, afflitti dalle scarse prospettive congiunturali e dalla crescente disoccupazione. In particolare, dovranno però aumentare le disponibilità del settore privato, precisa il rapporto. Infatti più della metà dei ricercatori della Ue appartengono al settore pubblico e solo il 46% a quello privato, contro il 69% in Cina, il 73% in Giappone e l’80% negli Stati Uniti.

Il confronto con gli Stati Uniti. Un passo in avanti del settore privato permetterebbe di utilizzare l’ampio numero di laureati in discipline scientifiche e ingegneria: la Ue ne produce ogni anno più di 940.000, con un tasso annuale di aumento del 4,9% registrato a partire dal 2000. Inoltre l’Unione europea sforna “quasi il doppio dei dottorati rilasciati negli Stati Uniti”. Per laureati e dottorandi però il Vecchio Continente spende pochissimo, molto meno degli Stati Uniti, “con il risultato di privilegiare la quantità sulla qualità e rischiare così di deludere le attese delle imprese”. E quindi gli studiosi statunitensi mettono a segno risultati più brillanti: il 15,3% di pubblicazioni statunitensi appartiene al 10% di pubblicazioni più citate nel mondo, per l’Europa la percentuale è recentemente arrivata all’11,6%, al di sopra della media mondiale del 10%, ma ancora lontana dal primato Usa.

Un’Europa divisa in due. L’Europa è indietro anche nel numero dei brevetti: Giappone e Corea del Sud praticamente la doppiano. E infine le piccole e medie imrpese europee sono sicuramente innovative, ma spendono ancora poco in ricerca e sviluppo. Anche se bisogna fare dei distinguo: nel 2007 la spesa in R&S delle PMI ha rappresentato lo 0,25% del Pil nella Ue, contro lo 0,25% del Pil negli Stati Uniti, ma in Danimarca, Finlandia, Belgio, Austria e Svezia si supera lo 0,5% del Pil. In effetti, “i fatti mostrano che il contesto per la ricerca e l’innovazione delle imprese è molto differente da uno Stato membro all’altro. I Paesi del Nord Europa occupano sistematicamente i primi posti per svariati indicatori, mentre i nuovi Stati membri tendono a concentrarsi nelle posizioni più basse di tali classifiche”.

L’Italia sotto la media Ue. In un’Europa che stenta a tenere il passo con Paesi di consolidata tradizione nell’innovazione come gli Stati Uniti e che emergono sempre più rapidamente come la Cina e la Corea del Sud, l’Italia si colloca in una posizione ancora più di retroguardia. A fronte infatti di una media europea di investimenti in ricerca e sviluppo che supera di pochissimo il 2% del Pil nel 2009, il tasso italiano si ferma ad appena l’1,27% del Pil. E quindi l’obiettivo per il 2020 è dell’1,53%, un tasso “raggiungibile”, commentano gli analisti europei, ma certamente “non ambizioso”. L’Italia si posiziona dunque in ambito europeo come un “innovatore moderato”, sia per le debolezze del settore pubblico, che stenta a modernizzarsi, che di quello industriale, in particolare il comparto ad alto contenuto tecnologico.

I troppi punti deboli. In Italia ci sono anche pochi laureati: il livello della popolazione con “educazione terziaria” raggiunge appena l’11,6% contro la media europea del 22,8%; la partecipazione a programmi di “life-long learning” (istruzione e aggiornamento che accompagnano l’intera vita lavorativa) riguarda appena il 6,8% della popolazione, contro una media europea del 9,8%. Inutile inoltre ricordare che “il numero di ricercatori stranieri che scelgono l’Italia per sviluppare le loro ricerche è inferiore al numero di ricercatori italiani che scelgono di lavorare all’estero” (una considerazione che sembra quasi ingenua, se si guarda allo sconsolante panorama della ricerca italiana).

E i pochi elementi di vantaggio. Tuttavia, l’Italia vanta una presenza non trascurabile nell’ambito del 10% delle “pubblicazioni scientifiche più citate al mondo”, superiore alla media Ue. Inoltre “il contributo positivo dei prodotti high-tech alla bilancia commerciale” mostrano il potenziale del Paese, che potrebbe ottenere notevoli benefici economici a fronte di sforzi adeguati. Non aiutano certo le dimensioni eccessivamente ridotte delle PMI italiane, e il loro scarso tasso di sopravvivenza negli anni.

Repubblica.it > Tecnologia

Google Image Ripper, nuovo tool per scaricare immagini dal web

28 Feb 2012 · News ed Eventi

Oggi vi presentiamo un sito web che velocizzerà il download delle foto dal web. Per chi utilizza Google Image, sarà sicuramente un cambiamento molto proficuo: infatti utilizzando la sezione immagini di Google, sappiamo bene che la procedura per scaricare una foto è un po’ macchinosa. Prima inseriamo il nome della foto o del soggetto che stiamo cercando, una volta inserita la parola chiave dell’immagine, cerchiamo qual è la foto che più ci interessa. Scelta la foto dobbiamo aprire la pagina web, visualizzarla nella massima risoluzione e salvarla con nome sul nostro computer. Il tempo che si perde non è tantissimo, ma se esitesse un metodo più veloce? Il metodo più veloce è Google Image Ripper, un web tool che ci permetterà di scaricare velocemente le immagini dal web. Sfruttando lo stesso motore di ricerca d’immagini, il sito permette di effettuare una ricerca proprio sulla home page, scrivendo la parola chiave avremo a disposizione tutti i risultati, fino a qui nulla di diverso. Ma per ogni risultato, c’è disponibile il pulsante download, con la risoluzione massima della foto, o in alternativa la pagina internet dove la foto è stata inserita. Capite bene che in questo modo risparmieremo tantissimo tempo, perchè una volta cercata la foto possiamo scaricarla immediatamente, senza visitare il sito web di riferimento. Google Image Ripper è gratuito ed è utilizzabile cliccando su questo link.

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