Undicimila messaggi al secondo così WhatsApp pensiona l’sms

13 Feb 2012 · News ed Eventi

Le applicazioni per smartphone sfidano i messaggini a pagamento. Da Viber a Beluga, un attacco alle compagnie telefoniche. Con gli esperti che mettono in guardia: a rischio il 25 per cento del fatturato delle aziende tradizionali  dal nostro inviato ANGELO AQUARO

NEW YORK – La fine del messaggino è arrivata puntuale con un messaggino che ha cominciato a circolare una decina di giorni fa: “Wathsapp sta per diventare a pagamento a meno che tu non sia un utilizzatore frequente”. Milioni di utenti sono andati in paranoia in tutto il mondo: ma sarebbe bastato leggere meglio per capire che si trattava di uno scherzo. “Whatsapp”, abbreviazione per dire “che succede”, era scritto con l’h nel posto sbagliato. Ma che cos’è Whatsapp e perché ha decretato la fine del messaggino?

SCHEDA ECCO I KILLER DELL’SMS

Dice bene il Financial Time: l’invenzione di mister Jan Koum sta rappresentando per il business degli sms quello che Skype ha rappresentato per la telefonia. Skype ha picconato la telefonata a pagamento. Whatsapp sta picconando il messaggino a pagamento.

In soli due anni l’azienda è passata da un milione a un miliardo di txt di traffico. Che sono 41,666,667 messaggi all’ora, 694,444 messaggi al minuto e 11,574 messaggi al secondo.

Anche l’arma, cioè il piccone, è la stessa: si chiama Internet. Come Skype fa viaggiare le telefonate sulla rete invece che sulla linea telefonica, così fa Wahtsapp. E l’applicazione è solo la prima. Perché da Viber a Beluga i concorrenti in campo sono già tanti.

E

senza contare l’instant messagging che propone da sempre la stessa Skype – o i servizi in fotocopia di Google Voice – il traffico dei tradizionali sms adesso viene sempre più ridimensionato dalla calata sul mercato del supergigante Apple. La funzione è innata nelle ultime versioni del sistema operativo. Si chiama, e ti pareva, iMessage, con la solita “i” lì davanti a etichettare i prodotti Internet della Mela, e permette di comunicare gratis tra iPhone, iPad e iPod touch.

La calata del gigante è uno strattone. E pazienza se i possessori di Blackberry potevano usufruire già da tempo dello stesso servizio: BlackBerry Messenger. La tribù Blackberry, per la verità sempre più a rischio estinzione per il successo degli smartphone di Apple e Android, è sempre stata composta per la maggior parte da businessman, che usavano il telefono soprattutto per lavoro (spesso pagato dall’azienda) e che trovavano magari più comodo mandare direttamente una email, che poi era il plus (gratis) che la rete BlackBerry già permetteva.

John Hodullick, un analista della Ubs, dice ora alla Cnn che il margine di profitto dell’intero business delle compagnie telefoniche è a rischio. I messaggini alla fidanzata, l’sms per avvisare la mamma quando sei arrivato a casa, costituiscono l’11 per cento della bolletta telefonica e il 25 per cento del margine di profitto delle compagnie. Che naturalmente stanno già correndo ai ripari: il costo dei messaggini sta diventando in tutto il mondo forfettario mentre ora cresce, e ti pareva, la bolletta di Internet.

Ignorando che la fine del messaggino rientra in quel “ciclo dell’informazione” scoperto dal guru della Columbia Tim Wu: ogni innovazione mediatica porta inevitabilmente a un monopolio che però una nuova innovazione butterà nuovamente giù. Magari con un semplice sms: naturalmente via Web.
 

Repubblica.it > Tecnologia

Arriva ‘letto Facebook’, per non staccare mai

26 Jan 2012 · News ed Eventi
Arriva 'letto Facebook', per non staccare mai

Per non pochi Facebook è l’ultimo pensiero prima di dormire e il primo appena svegli. Ma il designer croato Tomislav Zvonaric ha pensato che si può andare anche oltre e ha progettato il prototipo di un “letto Facebook”. Per ora è un modello in scala, ma ha già colpito la fantasia di molti in rete, dove circolano le immagini di questo letto a due piazze. Il ‘giaciglio sociale’, di colore ovviamente blu, ha la forma di una “f” sdraiata, con le fiancate decorate dalla scritta Facebook.

Il guanciale è anch’esso di colore blu. Il piumino, invece, riproduce varie icone di Facebook, tra cui quella che accompagna gli auguri di compleanno. Nella parte superiore dalla “F”, poi, che fa parte della testata del letto, c’é anche una postazione computer con tanto di schermo e di tastiera per chi vuole aggiornare il proprio profilo anche quando è a letto. A giudicare da quanto si può leggere online su siti come Mashable ed altri siti tecnici, le reazioni all’idea non sono tutte contrarie. Anzi.

Al momento, però, non è chiaro se Zvonaric abbia già ottenuto o intenda chiedere, il permesso dal social network per poter produrre e vendere il “Facebook Bed”, ma l’iniziativa dell’architetto croato non è l’unica che sta cercando capitalizzare su Facebook, che ad agosto di quest’anno pensa di poter raggiungere il miliardo di utenti. In Brasile, per esempio, secondo quanto riporta il Guardian, stanno per aprire un nightclub che si chiamerà appunto “Facebook” e che cercherà di sfruttare la formula della rete sociale per attrarre clienti.

News di Tecnologia – ANSA.it

Twitter fa concorrenza anche ai giornali

26 Jan 2012 · News ed Eventi

Il social network di microblogging acquisisce Summify, servizio che riassume, selezionandole,  le notizie più interessanti circolate sulla Rete di LORENZA CASTAGNERI

TWITTER, il social network specializzato in microblogging ha acquisito Summify, servizio che ogni giorno riassume le notizie più interessanti circolate attraverso i social network. Una soluzione che permette di tenere sotto controllo il cosiddetto information overload, il sovraccarico di informazioni, selezionanado i temi più rilevanti e discussi affinché questi non vadano persi nei meandri della rete. L’operazione è stata messa a punto qualche giorno fa e Summify ha sospeso temporaneamente la sua attività, in attesa di capire come il servizio potrà essere implementato con quello offerto da Twitter.

I fondatori di Summify sono Mircea Pasoi e Cristian Strat, due appassionati di tecnologia romeni che si sono convertiti in imprenditori. Rifiutate offerte di lavoro di Google e Facebook, i due si sono trasferiti in Canada. A Vancouver, nell’incubatore di idee Bootup Labs, hanno sviluppato la loro start-up. Obiettivo: realizzare quello che hanno definito “un tassello fondamentale per il mondo di Internet”, il filtro di rilevanza.

Funziona, o meglio, funzionava così: gli utenti si registrano come nel più classico dei social network. Con un algoritmo, Summify è in grado di selezionare le storie più interessanti circolate attraverso il proprio account Facebook o Twitter o via feed RSS riassumendole in una mail o sull’applicazione per iPhone collegata.

L’acquisto di Summify da parte di Twitter è stato perfezionato giovedì.

Quanto sia costata l’operazione non è dato a sapersi ma questo ha determinato la sospensione immediata del servizio: Summify non accetta più la registrazione di nuovi users, i profili e le pagine sono progressivamente rimossi e nel giro di qualche settimana verrà sospeso l’invio delle sintesi via mail. L’applicazione è sparita anche dall’App store.

Per usarla, chi non la conosceva, dovrà aspettare per un po’. Non dovrebbe comunque passare molto tempo: il team di Summify  –  composto da Mark Chua, Nimalan Mehenderan, Robin Campbell e Stefan Filip, oltre che da Strat e Pasoi  –  ha già lasciato gli uffici di Vancouver per trasferisi nel quartier generale di Twitter a San Francisco dove si cercherà una soluzione per unire il servizio di microblogging con quello di news aggregator.

Un’altra novità, dunque, per Twitter dopo il restyling grafico delle ultime settimane. Il social network, potrebbe raggiungere presto il traguardo di 500 milioni di utenti e vuole la ricerca di news e video sempre più intelligente.

Repubblica.it > Tecnologia

Italia.it verso un cambio di rotta?

25 Jan 2012 · News ed Eventi

Il nuovo ministro del Turismo resta generico sulle azioni concrete da intraprendere, ma parla di dare al portale contenuti, funzioni e appeal per rilanciare il turismo

Roma – Il ministro del Turismo del Governo Monti, Piero Gnudi, in audizione presso la X Commissione Industria, Commercio e Turismo del Senato ha parlato del portale del turismo nostrano italia.itcome uno dei fattori a cui si può mettere mano per rilanciare il turismo e, di conseguenza, l’economia del paese.Per farlo ha presentato un documento in cui vengono illustrati “i nuovi programmi” in materia di quello che viene definito “portale.italia.it”.

Tra gli strumenti “basilari” per la promozione turistica di un paese, dice appunto il Ministro, ci dovrebbe essere anche “un portale Internet che sia attraente, efficiente, ricco di informazioni e di facile consultazione”.

Il Ministro, dunque, non si è concentrato sugli ultimi problemi sorti dalla gestione del sito (la gara annullata che aveva affidato a Promuovi Italia la gestione dei contenuti), ma sembra indicare piuttosto la necessità di un cambio di rotta sostanziale. Quanto mai auspicabile date anche le voci di una possibile inchiesta parlamentare sulle varie vicende che hanno accompagnato finora la realizzazione del portale.

In particolare, l’attuale portale online dovrebbe arricchirsi sul piano dei contenuti e dell’usabilità, anche in rapporto ai netizen più smaliziati, allineandosi “alle migliori esperienze in campo internazionale”.

Claudio Tamburrino

Punto Informatico

Liberalizzazioni, cosa c’è d’innovazione

25 Jan 2012 · News ed Eventi

Nel pacchetto CrescItalia spicca il congelamento del beauty contest per l’assegnazione delle frequenze tv. Ancora nulla sull’Agenda digitale

Dopo Salva Italia, CrescItalia: al termine di otto ore di discussioni, il Consiglio dei ministri ha approvato il pacchetto di liberalizzazioni sfornato dal Governo di Mario Monti, non senza le tradizionali scazzottate con le varie categorie. Le discusse questioni farmaceutiche e legate ai taxi si sono concluse con un nulla di fatto, nel primo caso, per ciò che concerne la presenza dei farmaci di fascia C nei supermercati e nelle parafarmacie e con la gestione delle licenze nelle mani dell’Autorità dei trasporti, che potrà decidere se aumentarle o meno, per quello che riguarda le auto bianche. Sul piede di guerra gli avvocati, a causa dell’abrogazione delle tariffe professionali, e pronti a incrociare le braccia lunedì e martedì prossimi. Il testo definitivo non è ancora disponibile, noi ci siamo soffermati sui punti wired di quanto spiegato durante la conferenza stampa post-Cdm e di quanto anticipato all’interno delle bozze circolate nei giorni scorsi.

Frequenze tv
L’argomento era uno dei più attesi della lunga giornata di oggi. Su iniziativa del ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, è stato congelato per 90 giorni il beauty contest per l’assegnazione delle frequenze tv e il periodo in questione sarà utilizzato per studiare alternative in materia. Un nulla di fatto in termini di concretezza, ma confermata l’intenzione di far fruttare le frequenze per rimpinguare le tasse dello Stato: il problema risiede nella disponibilità economica di chi dovrebbe comprarle. Immediata la reazione di Mediaset, che ha definito illegittima la presa di posizione.

Agenda digitale
Ancora nessun accenno a quell’ Agenda digitale che il ministro dell’Istruzione con un occhio all’Innovazione Francesco Profumo ha assicurato essere fra le sue priorità.

Gas
Secondo quanto recita l’ultima bozza disponibile, la separazione proprietaria è emanata “entro sei mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto legge”. Al termine del periodo previsto, Snam sarà indipendente anche a livello proprietario, oggi il 52,5% è nelle mani di Eni e la separazione funzionale era già avvenuta. Si accolgono in questo modo le richieste dell’Unione europea e si apre a una concorrenza fra operatori del settore che “consentirà nuovi investimenti e un taglio dei costi”, afferma Passera. Il ministro ha in generale definito quello del gas un “settore dove il governo ha deciso di mettere una forte accelerazione al livello di concorrenza”.

Giovani
Particolare attenzione ai giovani, definita da Monti un filo rosso del decreto. Nasce la Società Semplificata a Responsabilità Limitata (Ssrl) che permetterà agli under 35 di mettere in piedi una realtà al costo di un solo euro e senza doversi rivolgere a un notaio (ne arrivano, fra l’altro, 500 in più). I giovani saranno coinvolti anche nel maxi concorso per l’apertura di 5mila nuova farmacie.

wired – Wired.it

Alternative a Megaupload: i 10 principali siti di file sharing

25 Jan 2012 · News ed Eventi

La “notizia” del giorno, per quanto riguarda il web, è sicuramente la chiusura di Megaupload.
Il celebre sito di file sharing è stato infatti bloccato dall’FBI per la violazione del copyright (APPROFONDIMENTO E FOTO).
Un’azione, quella messa in pratica dalle autorità statunitensi, che ha portato anche a diversi arresti, tra i quali spicca quello dello stesso fondatore di Megaupload.
Alla diffusione della notizia, moltissimi utenti hanno letteralmente intasato la rete con numerosi commenti sull’episodio.
Anonymous, la nota rete di hacker ha inoltre attaccato diversi siti di enti governativi americani, oltre a quelli delle principali etichette discografiche, con un’offensiva denominata Operation Megaupload (VEDI COMUNICATO).
A tal proposito è stata anche segnalata la possibile riapertura di Megaupload attraverso un nuovo dominio (LINK E APPROFONDIMENTO).

Sul web, però, per ciò che concerne il file sharing, oltre a Megaupload esistono anche altre piattaforme che forniscono lo stesso tipo di servizio di condivisione di contenuti, e permettono quindi agli utenti di “caricare” file (musica, film e software).
Si tratta pertanto di siti molto simili a quello appena bloccato dall’FBI, anche per quanto concerne il loro funzionamento.
Tutte le piattaforme in questione forniscono agli utenti una data quantità (limitata) di “spazio” per l’upload di contenuti e file di vario tipo, oppure forniscono la possibilità di attivare abbonamenti “premium” per ottenere maggiore ampiezza oppure spazio illimitato.
Nella Galleria Fotografica del presente articolo è possibile visualizzare una lista delle 10 migliori alternative a Megaupload presenti in rete, con relativo link per accedervi.

Le immagini e i link dei principali siti di file sharing alternativi a Megaupload (chiuso dall’FBI) presenti sul web.

PianetaTech.it

Megaupload, la vera battaglia inizia ora

25 Jan 2012 · News ed Eventi

L’avvocato del founder Kim Dotcom cita il caso Viacom vs YouTube. Mentre il Partito Pirata ricorda le rimozioni dei contenuti in violazione del copyright. Ma i federali non sono d’accordo. Il cyberlocker sarebbe pronto a tornare online

Roma – La difesa è schierata, pronta ad accogliere l’attacco sulle ali del Dipartimento di Giustizia statunitense in collaborazione con il Federal Bureau of Investigation(FBI). L’avvocato Ira Rothken è ben conosciuto nell’ambiente, in particolare per aver difeso i gestori di svariate piattaforme accusate di violazione del copyright. Il suo nuovo cliente sembra davvero un pezzo grosso, anche se nei guai fino al collo.Sono dunque iniziate le procedure di rito per trasferire il founder di Megaupload Limited Kim Dotcom in terra statunitense. Nessuna cauzione da poter pagare, solo l’attesa prima di comparire davanti alle autorità a stelle e strisce. Come ormai noto, Dotcom è accusato di associazione a delinquere, riciclaggio di denaro e violazione di proprietà intellettuale.

“Il governo ha buttato giù una delle più grandi piattaforme di hosting nel mondo – ha spiegato Rothken alla stampa – e l’ha fatto senza offrire a Megaupload la possibilità di difendersi in aula”. Secondo il legale, le accuse contro l’impero dei cyberlocker sarebbero decisamente simili a quelle mosse da Viacom nei confronti di YouTube. “Ed era una causa civile – ha aggiunto Rothken – e YouTube vinse”.

Sulla delicata vicenda del founder e del suo megaimpero è intervenuto anche il Partito Pirata svedese, con un agguerrito comunicato stampa diramato nella notte italiana di oggi. Megaupload avrebbe sempre rimosso i contenuti caricati in violazione del diritto d’autore, dunque meriterebbe la protezione del safe harbor previsto dal DMCA. “Qualcuno dovrebbe spiegare all’industria del copyright e al governo che le leggi statunitensi non hanno valore nel resto del mondo”.

Decisamente diversa la visione contenuta nella comunicazione ufficiale diramata dai federali a stelle e strisce. I vertici di Megaupload avrebbero pagato gli utenti per il caricamento sistematico di contenuti in violazione del copyright. Supportando in maniera attiva tutti quei siti terzi specializzati in attività di indexing ai contenuti in streaming su piattaforme come Megavideo.

“Sequestrando i server, le forze dell’ordine hanno l’intero database degli utenti con tanto di indirizzi email, numeri di carte di credito e probabilmente log ed indirizzi IP – ha sottolineato l’esperto Stefano Quintarelli – Ricordo che è reato mettere a disposizione materiale protetto da copyright per averne un profitto (che non vuol dire lucro, ovvero incassare quattrini; basta trarne una utilità)”.

Mentre il presidente di FIMI Enzo Mazza ha consigliato a Google e Wikipedia di riflettere “sulle loro battaglie per le libertà digitali visto che cosi difendono aziende criminali come Megaupload”. Secondo i dati diramati dalla stessa FIMI, quasi 2 milioni di utenti italiani hanno sfruttato regolarmente il cyberlocker con base ad Hong Kong.
“Con la chiusura da parte dell’FBI, in collaborazione con il Dipartimento di Giustizia Americano, di Megaupload.com e Megavideo.com, si segna un importante risultato nei confronti della lotta alla pirateria e soprattutto nello sviluppo dei contenuti digitali legali”, si legge nel comunicato stampa diramato da FIMI.

Forse in maniera prevedibile, Megaupload sembra ora pronto a tornare online. Attraverso un dominio registrato in Belize, precedentemente assegnato a misteriosi scammer. Dai servizi di Whois, il dominio è intestato a tale John Smith di Hong Kong. La sensazione è che la battaglia per lo streaming sia appena iniziata.

Mauro Vecchio

Punto Informatico

Schmitz, dalla speculazione alla pirateria il tedesco XXXL che cade sempre in piedi

25 Jan 2012 · News ed Eventi

Oggi rischia 50 anni di carcere. Ma da quando, giovane hacker, violò le reti di Deutsche Telekom e ne divenne consulente, il fondatore di Megaupload è sempre riuscito a trasformare i tracolli in trampolini per avventure sulla soglia della legalità di ALESSIO BALBI

Non dovrebbe essere un compleanno particolarmente allegro quello che Kim Schmitz, il fondatore di Megaupload arrestato ieri per ordine dell’Fbi, trascorrerà domani in un carcere della Nuova Zelanda. Eppure, a neanche 38 anni, questo imprenditore, ex hacker, campione di rally e più volte latitante, può ben dire di aver superato indenne guai anche peggiori. E chi lo conosce è pronto a scommettere che, nonostante le accuse gravissime che potrebbero costargli oltre 50 anni di carcere, questo tedesco taglia XXXL con poco gusto ma molto fiuto per il denaro facile è pronto a cadere in piedi anche questa volta.

Dall’insider trading alla pirateria, passando per il furto di dati e la bancarotta, Kim Schmitz, in arte Kimble, in arte Kim Dotcom, ha una lunga consuetudine con le aule di giustizia. Eppure, gran parte della sua giovane vita spericolata, non è trascorsa in cella, ma in ville da sogno, tra auto di lusso e belle donne, maneggiando fiumi di denaro guadagnato in maniera dubbia o inventato di sana pianta alla bisogna.

Secondo cronache che riportano alla preistoria del web, la parabola di Kim Schmitz inizia nel 1996, quando Deutsche Telekom è pronta ad entrare in Borsa e un ragazzotto grassoccio di appena 22 anni pensa bene di introdursi nei sistemi della sua rete di telefonia mobile per fare chiamate a spese degli altri clienti. Il danno d’immagine è potenzialmente incalcolabile e i dirigenti del colosso delle telecomunicazioni tedesco, racconta la leggenda, decidono di evitare lo scandalo e fanno di necessità virtù: se Schmitz è stato così bravo da trovare una falla di cui neanche sospettavano l’esistenza, vorrà dire che lo assumeranno come consulente.

Sembra la classica storia a lieto fine del ladruncolo che diventa poliziotto. Ma al giovane Kim un contratto di consulenza non basta. Giura a se stesso che in dieci anni finirà nella Fortune 500, la lista degli uomini più ricchi del mondo. Siamo a cavallo dei due millenni, in piena bolla della new economy, e la via più semplice per arrivare alla ricchezza è la speculazione borsistica. Kim mette le mani su LetsBuyIt.com, una net company sull’orlo del fallimento, e annuncia alla stampa che investirà 50 milioni di dollari per risollevarla. Le azioni di Schmitz, che al momento dell’acquisto valevano 375mila dollari, all’annuncio fanno un balzo del 300%. Schmitz le vende e, senza aver investito neanche un centesimo di quelli promessi, fa un guadagno secco di oltre 1,2 milioni di dollari.

E’ il 20 gennaio 2002, esattamente dieci anni fa: Schmitz ha messo a segno il più grande caso di insider trading nella storia della Germania, e la giustizia tedesca si mette in moto. Lo vanno a prelevare in Thailandia, dove ha cercato di sfuggire all’arresto, e lo condannano a 1 anno e 8 mesi di libertà vigilata. Tutto sommato, è una carezza. E infatti Kim non si spaventa.

Individua Hong Kong come laboratorio sicuro per le sue idee. Prima lancia Trendax, una compagnia di investimento che sostiene di usare l’intelligenza artificiale per massimizzare i profitti. Incidentalmente, secondo i reportage dell’epoca, Schmitz non ha neanche la licenza per iniziare l’attività. Poi, mentre continua a farsi fotografare a bordo di yacht abbracciato a modelle in bikini e partecipa a rally spericolati guidando Mercedes modificate, nel 2005 finalmente fonda, sempre ad Hong Kong, Megaupload.

Si trasferisce in Nuova Zelanda dove, dopo aver investito 8 milioni di dollari in titoli di Stato e aver elargito generose donazioni per la ricostruzione di Christcurch colpita da un terremoto nel 2011, ottiene un permesso di soggiorno permanente. Va a vivere in una delle più lussuose ville del paese a Coatesville, 30 chilometri da Auckland.

Il resto è storia di queste ore. L’Fbi, dopo averne disposto l’arresto, gli ha fatto sequestrare auto di lusso per un valore pari a 6 milioni di dollari, tra cui decine di Mercedes, una Rolls-Royce, una Lamborghini, una Maserati Gran Cabrio. Maliziosamente, i federali hanno diffuso anche la lista delle targhe personalizzate assegnate a ogni auto: “Evil”, “God”, “Guilty”, “Mafia”. Schmitz non è uno che si preoccupa di passare inosservato.

Mentre tutte le sue ricchezze venivano portate via dai carri attrezzi, le tv di tutto il mondo riprendevano la prima apparizione in tribunale di Kim Schmitz. Chi pensa di vedere un uomo affranto, terrorizzato dall’idea di trascorrere il resto dei suoi giorni in carcere si sbaglia di grosso. Nei suoi occhi, il lampo di sfida di chi sa che alla fine, in un modo o nell’altro, se la caverà.

Repubblica.it > Tecnologia

Chi è Kim Schmitz, fondatore di Megaupload?

24 Jan 2012 · News ed Eventi

Arresti, eccessi e business illegali: il capo del servizio di streaming illegale sembra uscire da uno dei film di azione che ha regalato a scrocco
– Perché l’Fbi ha chiuso Megaupload

Gli  esordi nella piccola criminalità, le prime condanne, le auto sportive, gli eccessi, la vita al limite, i contatti con le parti più in vista dell’industria, le molte identità e l’ arresto rocambolesco (un’operazione di polizia in grande stile che ha messo al lavoro Fbi, Department of Justice e la polizia della Nuova Zelanda, Olanda, Germania, Canada e Filippine) fanno di Kimble o Kim Dotcom o Kim Schmitz o Kim Tim Jim Vestor il più grande malavitoso della Rete. Pur senza aver ucciso nessuno (almeno per quanto se ne sa) l’estensione delle sua attività apertamente illegale, i suoi ricavi, la crescita di un business sempre più mastodontico (18 i domini sequestrati che occupavano il 3% della banda del pianeta) e il suo atteggiamento ricordano da vicino i grandi boss dell’America proibizionista.

Ancora di più  Kimble, come ogni grande capo clan, stava operando il salto mortale della pulizia, stava passando cioè da un business organizzato e criminale ad un’attività lecita e redditizia. Megaupload da tempo ha un’area legale, utilizzata per scambio video e archiviazione che doveva essere il business del futuro, come anche l’annunciato servizio di rental e streaming legale di contenuti, per i quali si diceva fosse in trattativa con le major. Cosa che, se fosse vera, renderebbe l’attacco di stanotte una vera pugnalata alle spalle, roba da realtà che imita il cinema.

Ad ogni modo, vero o non vero, Kim Schmitz operava nel business della soddisfazione dei bisogni degli utenti in maniera non diversa da come  Al Capone faceva quando contrabbandava alcol. Non solo il modo di fare affari era lo stesso ma anche la maniera in cui si rapportava al resto del pianeta sembrava ricordare quell’idea di potere. Per questo e molti altri motivi, sebbene sia sempre meno possibile stare dalla parte dell’autorità quando si tratta di pirateria, copyright e SOPA varie, suona anche stonata la difesa armata operata da Anonymous (che per tutta la notte ha attaccato tramite DDoS diversi server illustri e poco simpatici da quello dell’Fbi, giù fino ad Hadopi). La libertà d’espressione e la ricerca di un’idea di copyright meno estremo possono passare attraverso la pirateria come sistema di scambio tra pari e “resistenza attiva” ad un sistema che non si adegua ma ingrossare il portafogli e aggiungere Rolls Royce, Lamborghini e Maserati al garge di un criminale, invece che foraggiare major ugualmente avide, non è molto diverso nè tantomeno utile o nobile.

wired – Wired.it

Kodak dichiara bancarotta

24 Jan 2012 · News ed Eventi

La società statunitense fondata da Eastman è sull’orlo del baratro e punta tutto sulla proprietà intellettuale

Il 2012 doveva essere l’anno dell’inversione di tendenza, confermato anche dalle dimensioni dello stand al Ces di Las Vegas. Si apre, invece, per Kodak, con la decisione più difficile: la richiesta di bancarotta assistita e il ricorso al Chapter 11, parte della legge fallimentare statunitense che prevede l’entrata in una sorta di regime di amministrazione controllata nel tentativo di sanare il debito. Nei prossimi mesi le sorti, o meglio la sopravvivenza, della società fondata nel 1892 a Rochester da George Eastman saranno affidate al responsabile della ristrutturazione Dominic DiNapoli, vicepresidente di Ft Consulting arruolato per sbrogliare la matassa, e potranno contare su 950 milioni di dollari di finanziamenti messi sul piatto da Citigroup. La delicatissima situazione coinvolge per ora solo la casa madre a stelle e strisce e gli uffici europei, compresi i quattro nostrani, continueranno a dialogare normalmente con clienti e fornitori.

Durante l’anno in corso, il simbolo della fotografia alla portata di tutti, al grido di ‘Voi premete il pulsante, noi facciamo il resto’, dovrà tamponare l’emorragia da 6,75 miliardi di dollari di debito, a fronte di asset per  5,1 miliardi, e tornare a camminare sulle proprie gambe in modo profittevole. Per farlo, il gruppo guidato da Antonio Perez ha già operato uno snellimento della struttura societaria, nell’ottica di una riduzione dei costi di amministrazione, e continuerà a trattare al tavolo dei brevetti. È la proprietà intellettuale delle tecnologie alla base dei clic di tablet e smartphone l’arma in più di Rochester. Sul piatto dalla scorsa estate 1100 documenti per i quali non è ancora stato trovato un acquirente e che si stima possano valere dai 2 ai 3 miliardi. Al contempo, Kodak ha costellato la sua storia recente di denunce ai marchi che producono i gingilli sopracitati: l’ultima in ordine di tempo coinvolge Samsung, alla quale il gruppo di Perez ha già spillato 500 milioni nel 2008 e al cospetto della quale torna a batter cassa in seguito al lancio dei Galaxy Tab. Nel mirino anche Apple, Htc, Lg e Rim, società che con la loro prepotente entrata nel settore degli scatti digitali hanno a messo a dura prova il business del pioniere, giusto ieri citavamo una ricerca sul declino delle compatte per questo motivo. Fra le soluzioni citate dagli avvocati Kodak, la cattura di immagini per il trasferimento via mail.

Una sfida, quella del digitale, persa in termini di innovazione e lancio di nuovi prodotti, nonostante rappresenti i tre quarti del reddito di Kodak, come lo è quella nel segmento delle stampanti a getto d’inchiostro (solo 2,6% del mercato), sul quale l’ex Hp Perez puntava molto.

wired – Wired.it

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