Gli italiani in Silicon Valley “Tornare? Serve meritocrazia”

27 gen 2011 · News ed Eventi

Un gruppo di deputati incontra i nostri connazionale a New York e a San Francisco. Al centro, il progetto di legge approvato dal parlamento per favorire il rientro in patria dei talenti giovanili che vivono all’estero. Tante voci, molta cautela: senza strutture e con il nepotismo tornare non ha senso di PAOLO PONTONIERE

SAN FRANCISCO – Stupore, meraviglia, cautela e qualche critica. I promotori degli incontri organizzati negli Stati Uniti dai promotori di Controesodo, il progetto di legge approvato di recente dal parlamento italiano per favorire il rientro in patria dei talenti giovanili che vivono all’estero, hanno avuto reazioni contrastantanti tra i nostri connazionali d’America. Accolti con entusiasmo sia a San Francisco che a New York (con un ricevimento al Museo Italoamericano di Frisco e ben due incontri nella Grande Mela), i parlamentari arrivati dall’Italia hanno dovuto rispondere a molti interrogativi. Del resto a intervenire all’incontro di Frisco è stato lo zoccolo duro dell’italianismo californiano. Dai titani nostrani dell’hi-tech di Silicon Valley come Diego Ventura, fondatore di NoHold, agli agit-prop del social networking di ispirazione tricolore nel Golden State come Jeff Capaccio, vice presidente della National American Foundation e fondatore del Silicon Valley Italian American Executive Council, l’organismo che raggruppa gli industriali italiani dell’alta tecnologia. Da Marco Marinucci, fondatore della Mind the Bridge Foundation, che si pone l’obbiettivo di stabilire un ponte tra le attività delle startup italiane e i capitalisti di ventura statunitensi, a Matteo Fabiano, co-presidente della Business American Italian Association, un’organizzazione che vuole collegare i ricercatori e gli industriali italiani che vivono nella regione attraverso progetti di ricerca, università e aziende italiane. Quello che segue è un insieme di

voci di italiani che lavorano nella Silicon Valley a confronto con quelle dei nostri parlamentari. Uno spaccato interessante e a modo suo rivelatore.

I dubbi. Anche se la maggioranza di chi ha partecipato agli incontri ha espresso sentimenti positivi verso l’iniziativa, molti si sono detti preoccupati da quelle che negli Stati Uniti vengono definite le sue “unintended consequences”, ovvero le conseguenze non previste. “Il rischio è che questa legge possa creare divisioni fittizie tra gli italiani in patria e quelli all’estero”, ha osservato uno dei giovani ricercatori intervenuti al meeting di San Francisco. “Ovvero, che tornando con agevolazioni fiscali e progetti nei quali inserirsi – nel migliore dei casi – loro possano essere percepiti come dei concorrenti dai nostri connazionali. E ancora: questo flusso potrebbe essere vissuto come una sorta di colonialismo produttivo al contrario, laddove gli emigrati tornerebbero per dirigere la crescita innovativa del nostro Paese”.

I benefici. Un rischio quest’ultimo però che val la pena di correre, secondo il deputato del Pd Guglielmo Vaccaro, che con la collega Alessia Mosca ha animato gli incontri statunitensi. Dal momento che un talento italiano di ritorno dall’estero porterebbe con sé non solo il network di contatti che s’è creato ma anche il tipo di prospettiva internazionale del quale manca attualmente l’imprenditorialismo nostrano. “Il giovane che torna dagli Stati Uniti o dalla Russia e che si inserisce in un’azienda ne innalza automaticamente il quoziente di globalizzazione”, spiega Vaccaro. “Non solo perché parla un’altra lingua e sa come funziona il sistema in un altro paese, ma anche perché possiede un patrimonio di contatti e un know how che può avvantaggiare fortemente la ditta italiana per la quale va a lavorare”.

“Senza strutture tornare non ha senso”. Ma, hanno evidenziato alcuni degli intervenuti, attenzione: in assenza di una “receiving hand”, della creazione cioè di canali che inseriscano questi talenti di ritorno nelle strutture adatte, la legge di Controesodo potrebbe trasformarsi in boomerang. Finendo col contribuire alla delusione di chi torna a casa e a un’ulteriore crescita del cinismo tra i nostri giovani. Sintomatico in questa chiave il racconto d’una ricercatrice milanese che alcuni anni fa aveva scelto di ritornare in patria attratta da un provvedimento teso a facilitare il ritorno degli scienziati italiani espatriati. “Il problema non è solo di finanziamenti ma anche di progetti e voglia di fare”, ha osservato la ricercatrice. “Assunta nel laboratorio di una istituzione della quale non faccio nome, me ne sono dovuta tornare in America dopo un po’ di tempo perché non succedeva proprio niente: si discuteva, discuteva e alla fine non si muoveva niente, rischiava di diventare la mia tomba professionale”, racconta la ricercatrice. “Altri paesi hanno creato dei progetti, hanno fondato delle istituzioni di ricerca nelle quali inserire questi talenti di ritorno”, ha osservato Alberto Sangiovanni Vincentelli, docente di scienza dei computer alla Berkeley University e fondatore della Cadence Design Systems. ‘Non solo, ma anche l’atteggiamento della società nei loro confronti è diverso. In altri paesi gli emigranti di ritorno non solo vengono inseriti ma sono anche accettati con entusiasmo così come lo è il loro imprenditorialismo”.

Il deterrente del nepotismo. Ma anche quando siano stati accettati, o si siano inseriti, i talenti italiani di ritorno devono fare i conti con una mentalità aziendale retrograda che non premia il merito e la competenza ma piuttosto i legami familiari. “Non credo che i giovani italiani che hanno lasciato il nostro paese per cercare di realizzarsi all’estero siano disposti a tornare a lavorare in un’azienda padronale del Ragusano o del Bergamasco”, ha affermato Fabio Ficano, CEO di Moncada Energy USA. “Hanno un rapporto conflittuale con la madre patria, in fondo se ne sono andati perché erano scontenti,e non mi pare possibile pensare che colui o colei che se n’è andata in Cina possa accettare di lavorare in un’azienda nella quale il dirigente occupa quella posizione solo perché é il figlio del proprietario”. Accettazione, problemi di inserimento, stagnazione innovativa, meritocrazia e invecchiamento ideale della nazione sono stati temi toccati anche da un’altro ricercatore nel faccia a faccia di San Francisco: “Anche se si crea un elenco di talenti disponibili a rientrare in patria a fronte di un’offerta di lavoro da parte di un’azienda estera in Italia, chi ci assicura che la persona è stata assunta perché lo meriti davvero e non per le sue conoscenze?”, si è chiesto il ricercatore. “L’Italia ha un problema storico con la meritocrazia. Nell’assegnazione delle cariche troppo spesso in Italia prevale il suo opposto, il nepotismo, facendo del nostro paese un sistema bloccato”.

Non finisce qui. In qualche maniera però i promotori alle critiche s’erano preparati, anzi le avevano cercate. “Ripartiamo da San Francisco non solo perché era lecito, il progetto era stato ispirato proprio da una visita che facemmo nella città nel 2009”, ha spiegato Vaccaro, “ma anche perché qui c’è probabilmente l’emigrazione italiano col più alto coefficiente hi-tech del mondo”. E infatti il progetto non avrebbe potuto ricevere un battesimo del fuoco più intenso. Prima di San Francisco c’erano stati i due incontri di New York. Il primo al Jolly Hotel e il secondo al Caffé Armani, ambedue nel cuore di Manhattan, i meeting hanno attirato un misto di imprenditori emergenti, come  Claudio Bozzo, presidente della Mediterranean Shipping Company, operatori industriali stagionati come Paolo Vannini ex CEO della FIAT USA e ricercatori in ascesa come Monica Fornier, oncologa dello Sloan-Kettering Cancer Center. E mentre Controesodo comincia a destare una certa curiosità anche tra i media americani, l’Examiner di San Francisco gli ha appena dedicato un articolo e una video intervista, i promotori si ridanno appuntamento ad aprile quando, ritornando in forze con il giornalista e scrittore Beppe Severgnini, contano di stabilire una testa di ponte nel nuovo continente.

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