Google, il controllo passa dal search

6 lug 2011 · News ed Eventi

Aumentano le richieste di accesso ai dati e di rimozione di contenuti da parte dei governi, comunica Mountain View. Anche per questo si teme un nuovo giro di vite contro i netizen

Roma – Secondo quanto riferisce l’ultimo rapporto di Google in materia di trasparenza, a cercare e richiedere più spesso la rimozione di determinati contenuti (almeno negli ultimi sei mesi del 2010) non è qualche oscuro stato recentemente assurto a democrazia, ma la culla del sistema parlamentare e dell’habeas corpus, il Regno Unito.Il documento si chiama Government Request e mostra il numero di richieste di informazioni sugli utenti e di rimozione di determinati contenuti dal motore di ricerca e dagli altri servizi di Mountain View da parte dei singoli governi nazionali.

Le richieste di rimozione prese in considerazione possono essere legate ad un contenuto pornografico, offensivo, di istigazione alla violenza, diffamante o in altro modo contrario alla normativa nazionale, con riferimento al periodo compreso tra luglio e dicembre 2010. Il primo paese per rimozioni è il Regno Unito, che ha fatto 93.518 richieste, l’89 per cento delle quali sono state accolte. È tuttavia necessario notare come nel semestre precedente Downing Street si sia limitata a richiedere la rimozione di 232 contenuti e che dunque ad aver alzato i numeri britannici è stata la sentenza su una pubblicità di Google Ads ritenuta fraudolenta e che ha portato da sola alla richiesta di rimozione di 93,360 elementi.

In seconda e terza posizione vi sono la Corea del Sud con più di 32mila richieste e il Brasile, che supera le 12mila.

In Italia sono 131 le richieste di rimozione di contenuti finora accolte da Google. L’ultima arrivata al vaglio di Mountain View riguarda un video YouTube che mostrava un assassinio simulato del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Per quanto riguarda poi i numeri sulle richieste di accesso ai dati raccolti mostrate sempre nell’ambito del rapporto sulla trasparenza da Google, che possono variare da informazioni sul singolo utente a dati aggregati, gli Stati Uniti, sempre con riferimento al periodo luglio-dicembre 2010, sono i primi con 4.601 domande soddisfatte nel 94 per cento dei casi.

Seguono Brasile (1.804, con risposte positive nel 76 per cento dei casi) e India (1.699, nel 76 per cento dei casi soddisfatte). Se questi dati poi vengono bilanciati con la popolazione relativa, ancora una volta si distingue il Regno Unito (1.162), battuto solo da Singapore, con l’Australia e le sue 345 richieste terza e solo quarta la Francia e la filosofia HADOPI e poco più di mille domande.

Mountain View riferisce di ottemperare alle richieste nei casi in cui si tratti di informazioni legate al perseguimento di un determinato crimine o necessarie, anche in assenza di accuse o procedimenti penali, per salvare una vita. È interessante notare che nessuna delle richieste dell’Ungheria e della Turchia hanno avuto risposta positiva e solo il 12 per cento di quelle sottoscritte dalle autorità polacche sono state prese in considerazione da Big G.
In media Google fornisce i dati richiesti da un governo nel 60 per cento dei casi.

Per quanto riguarda poi il grafico del traffico che intende evidenziare tutti i disagi causati da un blocco da parte di un governo o da un cavo tagliato, che interrompono il flusso di informazioni a livello del singolo paese e in particolare l’accesso ai servizi Google, risulta che al 2 giugno erano tutti bloccati i servizi di Big G in Siria. Nei mesi scorsi risultano poi esservi stati problemi con Iran, Libia, Turchia, Georgia e Armenia (queste ultime due a causa di un incidente che ha compromesso dei cavi).

In generale, in ogni caso, la seconda metà 2010 ha segnato un incremento generale delle richieste di dati e di rimozioni, e anche paesi che prima estranei a questo tipo di pratica ora le sottopongono a Google. Anche per questo, prendendo la parola durante una conferenza a Dublino, Eric Schmidt ha parlato del tentativo da parte di diversi paesi (in particolare dopo le proteste scoppiate nel mondo arabo) di ricercare, in particolare attraverso nuovi regolamenti, un controllo più stringente sulla rete e sull’accesso a Internet dei suoi cittadini. “La ragione – ha spiegato – è che la tecnologia sta diventando sempre più pervasiva e la cittadinanza sempre più collegata online”.

Claudio Tamburrino

Punto Informatico