Google ritocca i risultati per premiare i siti di qualitá

2 mar 2011 · News ed Eventi

I risultati del motore di ricerca più usato nel mondo adesso favoriranno chi scrive contenuti qualitativamente validi. Bandite “fabbriche” di informazioni, studiate per essere sempre nei primi posti, e siti copioni di FRANCESCO CACCAVELLA

VI È MAI venuta voglia di regalare una macchina quando vi trovate a Dallas oppure sposare un membro della guardia nazionale americana? Se la risposta è sì, da oggi potreste trovare qualche difficoltà a cercare informazioni su come farlo. Google ha annunciato ieri di aver modificato la formula con la quale classifica i risultati delle ricerche. Lo scopo è premiare i siti che pubblicano informazioni originali e di qualità e punire quelli che riempiono il web di contenuti superficiali, inutili o copiati solo per scalare le posizioni di ricerca.

Nel mirino sono finite le cosiddette “fabbriche di contenuti” (content farm), siti che riempiono il web con migliaia di pagine al giorno, perfettamente progettate per arrivare nelle prime posizioni delle ricerche. Questi siti, nel migliore dei casi, offrono informazioni  brevi e scarsamente approfondite, scritte da redattori malpagati; nel peggiore dei casi, offrono contenuti riciclati da altri siti con procedure automatiche o copiati tout court.

Iniziata a gennaio, quella di Google è una vera e propria campagna per migliorare la qualità dei suoi risultati, ma che potrebbe influenzare il modo stesso di fare informazione sul Web. Il motore di ricerca è spesso la prima fonte di accesso per qualsiasi tipo di sito e per quelli d’informazione, che basano la loro sopravvivenza su audience e pubblicità, la posizione nei risultati di ricerca può fare differenza fra successo e fallimento.

Google si guarda bene dal citarla,

ma sono in molti a pensare che buona parte delle novità introdotte da Google andranno a penalizzare i siti della galassia di Demand Media, come eHow.com, e quelli che ne ricalcano i principi. Quello che sembra rappresentare il modello vincente dell’informazione al tempo di Internet, e il cui sbarco in borsa del mese scorso ne ha fissato il valore di mercato ben oltre quello dell’editore del New York Times, basa la scelta dei contenuti da pubblicare non su principi giornalistici, ma su calcoli statistici. Non è più l’editore a scegliere cosa offrire all’opinione pubblica, ma l’opinione pubblica, e il mercato pubblicitario, a dire all’editore cosa pubblicare.

I numeri di Demand Media fanno impressione: quasi 6000 contenuti al giorno fra articoli e video, più di 8 miliardi di visualizzazioni in un anno, 13 mila redattori occasionali sparsi per il mondo che vengono pagati, in media, 15 dollari a contenuto (poco più di 10 euro). Per ogni mille visitatori, Demand Media dichiara di ricavare 13,45 dollari. Ma ciò che rende Demand Media differente è il modo di scegliere il contenuto da pubblicare: un algoritmo automatico, lo ha spiegato Wired nel 2009, esamina le ricerche più frequenti degli utenti sul Web e confronta, per ogni parola chiave, il potenziale pubblicitario (quanta pubblicità è generata da quel contenuto, quanta concorrenza c’è e così via). Alla fine del processo il sistema commissionerà ad un redattore un contenuto: se le parole chiave trovate sono “auto dallas” e risulta che dalla combinazione con “regalare” vi siano buoni introiti pubblicitari, il redattore dovrà scrivere un articolo su “Come regalare un’auto a Dallas” (che, a dirla tutta, è un vero articolo).

Il modello dei contenuti low cost di Demand Media fa storcere a molti. Rosenblatt, il suo amministratore delegato, non vuole però che la sua società sia vista come una sorta di discount dell’informazione: “Ogni singolo articolo che pubblichiamo è originale e scritto da redattori e definirci una ‘content farm’ è semplicemente un insulto per i nostri lettori” ha dichiarato in una recente intervista. I contenuti pubblicati, è un altro mantra della società, sono molto letti perché combaciano con quello che la maggioranza delle persone vuole sapere.
Fatto sta che il modello ha fatto strada. Lasciando da parte strategie editoriali di secondo piano, come Associated Content di Yahoo!, America On Linex ha scritto nel suo piano editoriale (“The Aol Way”) che la scelta dell’argomento da pubblicare nel network di siti che gestisce dovrebbe basarsi su “1) traffico potenziale, 2) entrate monetarie, 3) tempistica, 4) integrità editoriale”. Dopo la diffusione del piano due redattori storici di Engadget, sito di riferimento nel mondo per l’informazione tecnologica di proprietà di Aol, si sono licenziati e il capo-redattore del sito ha dovuto scrivere su Twitter che “Engadget, tanto per essere chiari, non è per niente soggetto alla Aol Way”.

Si vedrà nei prossimi mesi se i risultati di questa piccola crociata di Google contro i contenuti di scarsa qualità, che per adesso è limitata agli Stati Uniti e sarà estesa ad altre nazioni più in là, porteranno ricerche di maggiore qualità per gli utenti e faranno rimodulare i piani editoriali a chi pensa che, online, gli algoritmi automatici possano sostituire la scelta editoriale. Demand Media, nel frattempo, ha fatto sapere dal suo blog che “fino ad ora [questa mattina, ndr] non abbiamo rilevato nel settore Content&Media un impatto” del cambiamento dell’algoritmo di Google. Chi vuole sapere come regalare una macchina a Dallas, siamo sicuri, starà facendo salti di gioia.

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