Il paese del futuro? Per l’economia, e per me, è l’Italia

5 dic 2011 · News ed Eventi

I dati del rapporto Censis sull’Italia pubblicato ieri, confermano l’impressione che ho avuto, netta, viaggiando per il Paese nelle ultime settimane, che molto stia, finalmente, cambiando.

Dopo tanti anni passati all’estero, sto muovendo i primi concreti passi per tornare a vivere in Italia. A spingermi a questa scelta, oltre alla nostalgia per la terra natia, che il tempo ha reso sempre più struggente e che il recente viaggio che vi ho compiuto non ha certo alleviato, vi è l’assoluta convinzione che l’Italia sia il paese europeo con le migliori prospettive di crescita, perlomeno a medio termine.

Chi mi conosce sa che io non sono affatto un sognatore; che se ho una visione “eretica” del mondo, questa mi ha consentito di fare previsioni che, per solito, si sono avverate. Cerco di ragionare freddamente, insomma, cercando di vedere le cose per quelle che sono e l’opinione dei più mi condiziona solo perché ho la certezza assoluta che, quasi sempre, i più sbagliano.

Sono, in questo, il degno figlio di una commerciante; ho appreso da lei che quando tutti vendono è il momento di comprare e quando tutti comprano è il momento di vendere; che, anche economicamente, comportarsi in modo opposto alla massa, anticipandone i movimenti, conviene.

L’Italia, e nulla di quel che ho visto nelle due settimane che vi ho passato mi ha detto il contrario, è un coacervo di potenzialità non sfruttate; è un fertilissimo campo da troppo tempo trascurato. Un miracolo economico che, anche ora, mentre tutto sembra crollare, è ad un nulla dell’accadere.

Proprio il ritardo di sviluppo che ha accumulato nell’ultimo ventennio, fa sì che nessun altro paese del vecchio continente, perlomeno della sua parte occidentale, abbia ancora tante risorse a propria disposizione. Pensate, per esempio, a quanto poco ancora si siano sfruttate, in Italia, le potenzialità offerte dalla rete e dal digitale. Una ricerca pubblicata ieri dal Politecnico di Milano, per esempio, mostra che semplicemente adottando strumenti digitali simili a quelli già diffusi in altri paesi, la pubblica amministrazione italiana potrebbe risparmiare 43 miliardi l’anno, mentre la semplice diffusione della banda larga potrebbe rappresentare, per l’Italia, un tondo punto percentuale in più di PIL.

A conferma di questo ritardo, e delle potenzialità che racchiude, vi sono i dati di uno studio pubblicato dalla società McKinsey: in media, negli altri paesi sviluppati, internet ha contribuito per il 21% all’incremento del PIL realizzato negli anni tra il 2004 e il 2009, mentre in Italia questo dato si dimezza scendendo al 12%. Sono punti percentuali di PIL che, con poco sforzo, possiamo recuperare; un pezzo significativo del nuovo miracolo economico che mi aspetto accada nei prossimi anni.

In un altro settore, il ritardo con cui il nostro paese ha reagito ai cambiamenti dell’economia globale si può tramutare in un grande vantaggio: abbiamo conservato quasi intatto il nostro potenziale industriale. Mentre in altri paesi, basti pensare agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna, l’economia si terziarizzava facendosi sempre più cartacea (io continuo a chiedermi fino a quando i nostri amici anglosassoni, che ormai vivono di quello, potranno imporre al mondo di giocare a monopoli scendo le loro regole; temo non ancora per molto), in Italia, come e per certi versi più che in Germania, si è continuato a produrre beni.

Siamo riusciti a conservare i nostri mestieri e, seppur timidamente, abbiamo cominciato a farne di nuovi; dobbiamo certo aumentare la nostra produttività (i dati del rapporto Censis dicono sia precipitata nell’ultimo decennio), ma abbiamo una solidissima base industriale da cui ripartire. Siamo, ancora, con tutti i nostri difetti, gli ottavi esportatori al mondo, anche in una classifica che comprende ora Cina ed India.

A questo aggiungete le potenzialità del turismo (aver affidato un ministero di tale importanza strategica a un personaggio dell’incompetenza di Brambilla è stato criminale), che abbiamo smesso di sfruttare a dovere da almeno un ventennio e che nel nostro meraviglioso sud non abbiamo sfruttato mai, e quelle logistico e strategiche che ci derivano dalla nostra collocazione nel mezzo del Mediterraneo, che sfruttiamo solo in minima parte, e concorderete con me che non vi è nulla di oggettivo, di “reale”, nel pessimismo che sembra stringere gli animi dei nostri connazionali.

Un pessimismo che ha certo le sue ragioni, che nasce dalla consapevolezza dei rischi mortali che il Paese sta correndo a casa degli errori commessi da tutta la nostra società, dall’inizio degli anni 80 in poi, che pure, e non è un gioco di parole, mi induce all’ottimismo. Mai come oggi, dopo aver costatato quando siamo vicini all’abisso, noi italiani siamo tornati a dar valore all’onestà e alla competenza; siamo tornati a capire che l’interesse individuale non è che un riflesso dell’interesse comune.

Mi rifaccio ancora ai dati forniti dal Censis: il 59% dei nostri connazionali ritiene ora che l’onestà sia la dote fondamentale di un politico; il 57,3% si dichiara disposto a sacrificare il proprio tornaconto personale in favore dell’interesse generale. Addirittura l’81% condanna l’evasione fiscale.

E’ in questa Italia meno furba che mi ostino a credere e su cui ho deciso di puntare per il mio futuro; in questa Italia (e basta parlare con gli italiani per scoprirla) che sembra essersi sbarazzata dell’orrido relativismo morale degli ultimi decenni per riscoprire i valori fondamentali del suo, non troppo lontano, passato contadino.

In questa Italia antica ed in un’Italia nuova; l’unica che ho visto sorridere, di sorrisi larghissimi, anche in questi difficili giorni: nell’energica e multicolore Italia di chi, arrivando da ogni parte del mondo, ha deciso di fare dell’Italia la propria casa.

Sono loro, moldavi e senegalesi, tra i pochissimi che nell’Italia credono davvero. Gente che, solo per quello, dovremmo accogliere a braccia aperte.

 

 

http://www.agoravox.it/Il-paese-del-futuro-Per-l-economia.html?