“Io, italiano in Silicon Valley vi dico che possiamo farcela”

26 mag 2011 · News ed Eventi

In migliaia sul sito Agenda Digitale chiedono alla politica una strategia che porti il nostro Paese al livello degli altri protagonisti dell’information technology. Prendendo esempio da chi ce l’ha fatta: come Funambol, nata in una cantina di Pavia e arrivata in California di ERNESTO ASSANTE

CENTO firmatari, tra esponenti e operatori del web Italiano, 12.000 Facebook fan e oltre 22.000 sottoscrittori che hanno aderito all’appello sul sito agendadigitale.org: a 100 giorni dal lancio dell’iniziativa, che ha lo scopo di valorizzare il digitale come elemento cardine per lo sviluppo culturale ed economico del paese, Agenda Digitale ha saputo raccogliere l’interesse delle istituzioni, ponendo il tema all’attenzione del dibattito politico nazionale, attraverso iniziative di comunicazione, l’organizzazione di eventi e la partecipazione a fiere e manifestazioni. Uno dei primi obiettivi di Agenda Digitale, è quello di stimolare un’azione propositiva da parte delle istituzioni e delle forze politiche, un impegno concreto per colmare il gap digitale che contraddistingue l’Italia e ne frena l’affermazione sul fronte dello sviluppo e dell’innovazione.

Sviluppo e innovazione che possono creare storie di successo, come dimostra Fabrizio Capobianco, ceo di Funambol, un’azienda che ha la testa nella Silicon Valley e il cuore in Italia, uno dei progetti di mobile open source più importanti a livello mondiale.

“Una storia che può essere raccontata in italiano”, dice Capobianco con un pizzico d’ironia. “Sono un ingegnere che viene dalle montagne, ho creato la prima web company nel 1994 a 23 anni, Internet Graffiti, giravo per l’Italia a fare siti web perché sapevo che il web sarebbe diventato importante. Non avevo un grande seguito, secondo molti ero un po’ troppo giovane.

Ma guardavo quello che accadeva dall’altra parte del mondo, Marc Andresseen aveva fatto Netscape e ho capito che essendo giovane mi conveniva venire in Silicon Valley. Nel ’99 sono venuto perché qui è il centro del mondo nell’informatica, ci sono i capitali, gente che ha fatto delle Ipo e andata in borsa. E se uno vuole fare un azienda mondiale, il che vuol dire sparare alla Luna, è più facile farlo qui che  in Italia”.

Però la sua azienda ha il cuore nel nostro Paese.

“Perché stando qui mi sono reso conto che i nostri ingegnieri italiani non hanno nulla da invidiare agli americani, agli indiani, a quelli del resto del mondo. In Italia hai delle competenze di ingegneria uguali o superiori, e ho concluso che l’Italia poteva essere un centro di eccellenza mondiale del software, perché è creatività, ingegno, produzioni del cervello, campo in cui siamo particolarmente bravi. Nel mondo c’è il design italiano, la moda italiana, i mobili italiani, perché non il software? E così è nata Funambol, con 50 ingegneri a Pavia, un azienda con capitali americani e testa in Italia”.

Che problemi ha trovato negli Usa?

“Non siamo certamente percepiti come il Paese dell’alta tecnologia, poi a chi ti incontra parli della Ferrari, di come quella e altre aziende mettano insieme innovazione e ricerca nel software e nell’hardware e iniziano a cambiare idea. L’Italia è vestiti, mobili e monumenti, si fa fatica a far capire che c’è dell’altro. Ma noi avevamo un vantaggio, quello di tre ragazzi che in una cantina di Pavia avevano creato il più grande progetto open source al mondo su mobile e potevamo dimostrare di essere eccellenti prima di arrivare in Silicon Valley. Voglio dire che c’è una barriera di ingresso elevata per chi è italiano, ma noi avevamo già centinaia di migliaia di download, il prodotto era straordinario e il dubbio che non fossimo bravi l’abbiamo eliminato da subito. Oggi abbiamo un successo notevolissimo, abbiamo messo la prima pietra, dimostrato che si può fare”.

Le prospettive?

“La parte di ingegneria, lo dimostriamo con tante start-up, non ci manca. In Silicon Valley c’è il capitale, c’è l’interazione molto forte con le università e le aziende, e poi c’è un ecosistema di persone e aziende che è volto a creare partnership e poi opportunità, c’è chi investe in nuovi progetti e ci sono aziende grandi che comprano altre aziende più piccole che giudicano interessanti. Da noi non mancano università buone, le idee vengono da li, ma manca il “venture capital”, la voglia di investire in nuove iniziative, rischiando qualcosa. E manca l’ecosistema di chi compra le aziende piccole, sostenendo le nascita di altre start-up. Per ora una buona strada è quella di creare un ponte con la Silicon Valley, ha senso avere la tecnologia in Italia e venire qui creare aziende, prendere capitali americani, farle crescere qui. Una volta che ne facciamo tre o quattro ci creiamo un ecosistema anche in Italia. Ci vogliono molti anni, ma siamo messi bene, le idee e i giovani con idee giuste ci sono”.

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