La formula di Google per creare il capo perfetto

22 mar 2011 · News ed Eventi

Il motore di ricerca ha elaborato l’algoritmo incrociando diecimila osservazioni con cento variabili. Il risultato è un dossier di quattrocento pagine riassunto in una regola aurea: “Segui sempre te stesso” . La qualità considerata meno fondamentale è quella dei “requisiti tecnici” dal nostro inviato ANGELO AQUARO

NEW YORK – C’è un algoritmo anche per il capo perfetto? Quei saputelli di Google, che hanno costruito un impero elaborando miliardi di dati in un nanosecondo, giurano che da quando hanno introdotto la nuova regola d’oro il rendimento dei manager “è migliorato fino al 75 per cento”. Vuoi vedere che dopo Google News e Google Maps dovremo convertirci tutti a Google Boss?

“Progetto Ossigeno” si chiama il piano di management del gigante del web. Oltre diecimila osservazioni raccolte sui dipendenti per più di un anno, incrociate per un centinaio circa di variabili: dalle performance dei singoli al gradimento degli impiegati. Il risultato? Più di 400 pagine riassunte matematicamente nella regola aurea del manager perfetto, snocciolabile in otto punti. Certo. Lo stesso New York Times, che ha svelato per primo la ricerca, sottolinea come le otto regole d’oro ricordano un po’ i comandamenti che ogni buon manager dovrebbe saper seguire: comportati come “un buon allenatore”, sappi “ascoltare” la squadra, mostra interesse nei successi dei tuoi uomini. La sorpresa, però, è l’ordine in cui le direttive sono state elaborate. Solo all’ottavo e ultimo posto figura infatti quella qualità che nella filosofia di Google era considerata fondamentale: possedere capacità tecniche particolari per quel particolare tipo di posto.

Nel Googleplex di Mountain View, il falansterio dove i dipendenti decidono perfino l’orario di entrata e di uscita, la parola d’ordine è

sempre stata: segui te stesso. La creatività individuale prima di tutto. Regola che tradotta a livello dei manager voleva però dire: capacità prima di tutto, il capo è il più creativo degli altri e quindi ha sempre ragione. La ricerca ha invece dimostrato che quando si tratta di gestire una squadra essere bravi non basta. Non è una scoperta da poco per il gigante del web che proprio negli ultimi mesi si deve difendere dagli attacchi della concorrenza, da Facebook in giù. Perché tre sono i motivi principali (soldi a parte) per cui un dipendente lascia. Primo: mancanza di interesse nella “mission”. Secondo: problemi con i colleghi. Terzo e più importante: un capo terribile.

La regola del coinvolgimento conferma adesso le scoperte di altre ricerche. Uno studio parallelo del californiano Brain and Creativity Institute e dell’Università di Pechino ha dimostrato, per esempio, che americani e cinesi reagiscono diversamente alle immagini di se stessi e dei loro capi: gli occidentali si accendono quando vedono se stessi, gli orientali quando vedono i boss. Il segreto del capo perfetto ha dunque un’origine culturale: ma se qui in Occidente è il singolo, all’interno della squadra, quello che conta, il vero capo è quello che sa valorizzare i suoi singoli. O per dirla con la nota formula di Irene Lynch-Fannon: “Gli impiegati sono il capitale più significativo di un’azienda”. Così finisce che l’algoritmo del capo perfetto somiglia tanto a quel detto che ogni capo ama ripetere: che a comandare, cioè, sono i suoi dipendenti. Naturalmente non è vero: ma il segreto del bravo leader non è lasciarglielo credere?

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