L’Italia, un paese felice e lo scrive su Facebook

3 gen 2012 · News ed Eventi

Tristi o allegri, annoiati o ottimisti. Lo spirito degli italiani nel 2011 in una mappa disegnata dai social network. E da chi vi ha raccontato il suo umore  di RICCARDO LUNA

SIAMO STATI felici, nonostante tutto. Anzi lo siamo diventati. Da agosto, sicuramente il mese nero per la felicità oltre che per le Borse, c’è stata una lenta rincorsa. Fino a novembre quando, in coincidenza con le dimissioni di Berlusconi, la felicità è esplosa e questa crescita non si è più fermata. Anche la preoccupazione, però è esplosa a novembre e continua a crescere. Mentre l’ottimismo, uno stato d’animo praticamente ignoto quest’anno fino all’insediamento del governo Monti, si starebbe già incrinando.

Siamo stati felici, dunque. Anche confusi, strani, tristi, tesi. A volte preoccupati e disperati. Ma felici di più. E questo probabilmente perché la felicità è spesso un fatto privato, intimo, legato agli affetti e alle realizzazioni personali più che ai grandi fatti del mondo. La novità è che i nostri sentimenti li abbiamo scritti su Facebook. Per tutto il 2011.

Migliaia e migliaia di aggiornamenti di status, parole lasciate sulla bacheca del proprio profilo, commenti a grandi e piccoli fatti. Per noi erano sentimenti da condividere con gli amici in rete; ma dal punto di vista di un computer, gli stati d’animo sono soltanto dati. Una valanga di dati.

Big Data, li chiamano in inglese. Così sono stati presi e analizzati in tempo reale da un motore di ricerca semantico che ha un nome latino (Cogito); dopo di che sono stati suddivisi in una cinquantina di categorie dello spirito, minuto per minuto. Provando

in tal modo a rispondere ad una domanda banale eppure difficilissima: noi, iTaliani, come stiamo oggi? E quindi, alla fine dell’anno, come siamo stati in questi dodici mesi?

Il progetto si chiama Italian Mood ed è stato realizzato dai ricercatori del Cattid, un laboratorio tecnologico della università la Sapienza di Roma. Era una installazione di Stazione Futuro, la mostra sulla innovazione realizzata a Torino per le celebrazioni di Italia150. Il primo a utilizzarla in pubblico è stato Giorgio Napolitano. È accaduto il 18 marzo scorso, in occasione della inaugurazione: il presidente della Repubblica si è fermato a lungo davanti ai cerchi colorati che indicavano i differenti umori italici. Poi ha voluto aggiungere il proprio status: “Scriva, per favore: Soddisfatto. Punto. Oggi. Punto.”.

Il tentativo di usare la rete e i social network per studiare lo stato d’animo del mondo sta diventando una cosa seria. “Un paio di anni fa Facebook lanciò un Gross National Happiness Index che misurava la felicità interna lorda nei vari paesi – ricorda lo studioso del web Vincenzo Cosenza – L’ultima rilevazione è del maggio 2010 ma non hanno mai dichiarato ufficialmente di aver interrotto il progetto”.

In realtà per le analisi sociali è il momento di Twitter: infatti il social network da 140 caratteri è considerato molto più adatto a capire “come sta il mondo”. E questo per almeno due motivi. Il primo è che quello che scriviamo su Facebook è solo in piccola parte accessibile da terzi; su Twitter invece la stragrande maggioranza dei profili sono pubblici, tutti possono leggere tutto.

Il secondo motivo è la quantità: si calcola che ogni giorno vengano mandati in rete 230 milioni di tweet, una messe di dati che aumenta vertiginosamente dopo i grandi fatti di cronaca come i terremoti quando il flusso può raggiungere picchi di oltre 5mila messaggi al secondo.

“Con Twitter è come avere un microfono che ascolta in tempo reale tutte le conversazioni mondiali”, ha spiegato qualche giorno fa in un convegno a Torino il ricercatore della Northeastern University di Boston, Alan Mislove per il quale “ogni singolo messaggio, da solo, non dice molto, ma quando li metti tutti assieme e li fai analizzare da un computer rivelano verità che possono anche spaventare”.

Lo scorso anno Mislove ha analizzato 300 milioni di tweet e ha scoperto che gli stati d’animo agiscono secondo schemi predeterminati dalle ore del giorno (siamo più felici al mattino e la sera tardi), e dai giorni della settimana (stiamo meglio dal venerdì alla domenica). Prevedibile? Forse sì, ma il bello viene adesso ed è questo a spaventare semmai: infatti ci sono centinaia di scienziati che stanno provando ad usare i dati che vengono dai social media non solo per raccontare il passato ma per prevedere il futuro. Cose come: che film vedremo, cosa faremo in Borsa e addirittura per chi voteremo. Twitter, forse, lo sa.

Fare questa operazione può assomigliare al tentativo di fare l’oroscopo del pianeta: una cosa che ha poco senso; in realtà è un nuovo filone di ricerca di grande successo per informatici, ingegneri, fisici e sociologi che appartiene alla “scienza dei sistemi complessi”.

Sorprenderà alcuni scoprire che nel primo team che si è occupato seriamente di queste cose, ormai otto anni fa, c’erano, in posizione di leadership, tre italiani. Tre “cervelli in fuga”: il fisico Alessandro Vespignani che era a Parigi; l’informatico Filippo Menczer che era nello Iowa; e lo statistico Alessandro Flammini che faceva la spola fra il Mit di Boston e Losanna. Li aveva riuniti un preside della università dell’Indiana, Mike Dunn il quale aveva intuito che con l’esplosione dei social network e dei new media, l’informatica e le scienze sociali erano destinate a sposarsi, anzi, a ibridarsi.

Ai tre italiani si affiancarono l’esperto di intelligenza artificiale Luis Rocha e un mago di analisi semantica, Johan Bollen. “Decidemmo presto di usare Twitter come base dati”, ricorda Vespignani (che oggi lavora alla Notheastern University). Il primo progetto metteva in relazione le conversazioni in rete e la diffusione delle epidemie, permettendo di tracciarle e individuarle con buon anticipo rispetto ai rilevamenti ufficiali (esempio: se tutti parlano di influenza in un dato posto, vuol dire che probabilmente è arrivata).

Ma ben presto Bollen propose di spostare l’attenzione sulla finanza: “L’ipotesi era che gli andamenti di Borsa influissero sugli umori delle persone”, ricorda Vespignani, “in realtà scoprimmo che avveniva il contrario”. Lo stato d’animo delle persone influiva sulla Borsa, ne determinava la crescita o la caduta. Analizzando i tweet, Bollen era infatti in grado di prevedere cosa sarebbe accaduto sui mercati addirittura con tre o quattro giorni di anticipo. Nel caso del Dow Jones della Borsa di New York, l’accuratezza era dell’86 per cento.

Lo studio venne pubblicato nell’ottobre 2010: tanto è bastato, perché un filone di ricerca divenisse uno strumento per fare soldi. Lavorando assieme alla università di Manchester, Bollen ha infatti realizzato un algoritmo e lo ha ceduto alla Derwent Capital Markets di Londra che a sua volta ha predisposto un apposito fondo di prodotti finanziari esplicitamente basati su Twitter. Funziona così: analizza il dieci per cento di tutti i tweet e li divide in sei stati d’animo (calmo, allarmato, sicuro, vitale, gentile, felice).

Il resto sono le classiche regole dei mercati: “Quando le persone su Twitter manifestano ansia per i soldi, dopo due o tre giorni sappiamo che ci sarà un crollo”, ha spiegato il fondatore della Derwent, Paul Hawtin. Banale? Finora ha funzionato: lo scorso luglio la Derwent ha reso noto che mentre l’indice Standard & Poor 500 aveva perso il 2,2 per cento, il loro fondo aveva guadagnato l’1,85. Sono tanti soldi.

Ormai di fondi che usano Twitter ce ne sono decine, secondo il Wall Street Journal. Nel frattempo il Social Computing Laboratory della Hewlett Packard, con lo stesso metodo è riuscito a prevedere il successo o il flop di 24 film. E il team dell’università dell’Indiana ha lanciato il progetto Truthy, che studia come le reti sociali influenzano la politica e quindi determineranno gli esiti della prossima corsa alla Casa Bianca per esempio. I proprietari di Twitter si sono accorti di essere seduti su una montagna di dati preziosi, e quindi di soldi.

Ergo, se all’inizio il team di Vespignani aveva avuto accesso ai tweet gratis per fini scientifici, ora i tweet vengono venduti a tutti con una rata minima di 360mila dollari l’anno. Ma c’è anche una conseguenza “filosofica”: le previsioni di comportamenti collettivi li amplificano fino a determinarli. Insomma, se un algoritmo che si basa sui tweet dice che la Borsa andrà a fondo, tutti venderanno e la Borsa andrà ancora più a fondo. Twittate con prudenza.

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