Mail, chat e sms. Al polso È l’onda degli smartwatch

3 mag 2012 · News ed Eventi

Negli Stati Uniti sono diventati la passione dei geek. Da noi  vengono dati in arrivo. Sono quei microscopici terminali che, collegandosi via bluetooth allo smartphone, provano a mandare in pensione l’orologio tradizionale. Breve viaggio tra i modelli più popolari di IVAN FULCO

DAL POLSO sinistro passa l’arteria radiale, che dal cuore porta il sangue verso la mano, poi attraverso la rete capillare fino al dito anulare, simbolo delle passioni che fluiscono nella “vena amoris”. Ma dal polso sinistro, ormai, passano anche i contenuti digitali, che attraverso le reti cellulari raggiungono il nostro smartphone e, da quest’ultimo, vengono trasmessi allo smartwatch, simbolo della passione tecnologica. Consideratela, se volete, la nuova anatomia dell’homo interneticus, a cui non basta più controllare la propria vita digitale dall’iPhone, ma vuole consultare email, Facebook o Twitter direttamente dall’orologio.

In Italia, dove gli orologi intelligenti sono ancora un oggetto misterioso, è quasi impossibile vederli per strada, ma nel resto del mondo hi-tech è ormai una bizzarra moda da geek. Solo pochi giorni fa, anche Sony ha lanciato il suo personale SmartWatch negli Stati Uniti, prospettando una futura diffusione su larga scala. Un microscopico terminale che si collega via Bluetooth a uno smartphone Android, con un touchscreen OLED da 1,3 pollici, una risoluzione di 128×128 pixel e tutte le funzioni di un assistente “social”: possibilità di rispondere alle telefonate via headset, visualizzazione delle notifiche di SMS, email e calendario, lettore musicale e integrazione con i servizi Facebook e Twitter. Inoltre, la possibilità di scaricare nuove app da Google Play e una batteria interna che promette 3-4 giorni di uso standard. Tutto al prezzo di circa 150 dollari, chiavi digitali in mano. O

meglio, al polso.

Orgoglio italiano. Nella campagna per l’orologio intelligente, tuttavia, Sony non è la prima a promettere tecnologia per tutti. Al contrario. Uno dei prodotti più interessanti arriva proprio dall’Italia: si chiama i’m Watch e, nella migliore tradizione italica, riesce a unire hi-tech e design. Corpo in alluminio, vetro zaffiro curvilineo, fiero marchio “Made in Italy” sulla clip, lo smartwatch che parla vicentino è compatibile con tutti i principali smartphone, da iPhone ad Android, passando per Blackberry, Windows Phone e Symbian.

La tecnologia interna è inoltre superiore alla concorrenza: schermo multitouch 1,55 pollici da 240×240 pixel, 4 GB di memoria, magnetometro, accelerometro, microfono e altoparlante integrati. Ma soprattutto, già alcune decine di app a disposizione, per gestire telefonate, email, social network, musica, immagini, ma anche consultare news, meteo o Borsa. Attraverso il programma i’m developer, i geniacci di Vicenza intendono persino dare vita a un proprio App Store tricolore, permettendo a chiunque di sviluppare app dedicate. Lo smartwatch italiano aspira a diventare la Ferrari del settore, in questo senso, ma purtroppo emula le auto di Maranello anche nel prezzo: 349 euro per il modello base, fino a 15.000 euro per quelli di lusso. Cifre che, al momento, non ne hanno ostacolato il successo tra gli appassionati.

Smartwatch a stelle e strisce. Intanto, gli Stati Uniti non restano a guardare. Texas Instruments propone da tempo il suo spartano Metawatch (3) (199 dollari), un orologio Bluetooth in grado di interagire con alcuni smartphone Android, dotato di schermo da 96×96 pixel, ma pensato in primis per chi vuole sviluppare applicazioni da polso. Un gadget completo di software open source per programmatori, riservato tuttavia più agli Steve Wozniak che all’utente comune.

Un approccio differente arriva dal Basis (4) (199 dollari, ancora non disponibile), declinazione dello smartwatch in chiave atletico-salutista. Diversamente da altri modelli, il prodotto di Basis Science è dotato di accelerometro e sensori epidermici, per misurare i battiti cardiaci, monitorare la temperatura e calcolare le calorie bruciate. Il sistema registra tutti questi dati nel software di analisi, generando statistiche e grafici da condividere online, nell’ottica di un futuro in cui, chissà, trasformeremo anche le probabilità di infarto in un social game.

InPulse è un’altra società americana molto nota nel settore, grazie al suo omonimo smartwatch per Android e Blackberry. Da pochi giorni, la start-up di Palo Alto ha lanciato anche il progetto Pebble (5), un orologio intelligente pensato per iOS e Android, e promosso direttamente su Kickstarter, il sito di crowdfunding attraverso il quale gli utenti Internet possono finanziare le idee altrui. In questo momento, a circa un mese dal termine della raccolta, Pebble ha già incassato oltre tre milioni di dollari. Il punto di forza? La sua vocazione da smartwatch “da battaglia”. Oltre al display e-paper, più adatto all’uso all’aperto, Pebble promette infatti uno schermo antigraffio, un corpo resistente all’acqua, cinturini intercambiabili e una durata della batteria di sette giorni. Ma soprattutto, un prezzo molto popolare di 99 dollari (su prenotazione), in linea con il modello base dell’inPulse.

Eredità Apple. È ironico pensare che il mercato dello smartwatch, nel quale Apple ancora non è entrata, sia stato rilanciato un paio di anni fa proprio da Cupertino, ma quasi per caso. L’idea prese corpo dopo il lancio dell’iPod Nano 6G, quando alcuni designer iniziarono a proporre cinturini per agganciare il dispositivo al polso. Tra questi, Scott Wilson pensò di promuovere su Kickstarter il suo elegante TikTok, e fu un boom: 942 mila dollari raccolti e migliaia di unità prenotate. Come dire, mai sottovalutare il quoziente di nerdaggine del popolo web.

Intanto, nella blogosfera ci si domanda se la prossima concorrente sul mercato sarà proprio Apple. In Rete non sono mai filtrate indiscrezioni su un ipotetico Melawatch, ma un prodotto del genere sembrerebbe una naturale evoluzione dei dispositivi iOS. D’altra parte, proprio Apple è stata finora la più esperta a tradurre le sue tecnologie in passioni digitali. Cosa aspetta, si chiedono in molti, a collegare definitivamente i suoi gadget alla “vena amoris”?

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