Megaupload, in tribunale per sfidare Universal

28 dic 2011 · News ed Eventi

Lo scontro sul copyright tra il cyberlocker e l’etichetta discografica approda nelle aule di tribunale statunitensi. Megaupload parla di censura e falsa interpretazione delle leggi sul diritto d’autore, UMG dice di difendere gli artisti

Roma – Come previsto e ampiamente prevedibile, lo scontro fra Megaupload e Universal Music Group passa dai “takedown” di YouTube alle aule di tribunale statunitensi: la causa del contendere è naturalmente il video dedicato al popolare servizio di file hosting “firmato” da grandi stelle della musica pop a stelle e strisce, video che a parere di Megaupload è stato “censurato” su YouTube da Universal senza che l’etichetta discografica ne avesse alcun diritto.”Sia chiaro – ribadisce il CEO di Megaupload David Robb – non c’è niente nel nostro brano o nel nostro video che appartenga a Universal Music Group. Abbiamo siglato accordi con tutti gli artisti che promuovono Megaupload”.

Robb riferisce di aver provato – invano – a contattare UMG per istituire “un dialogo aperto” in merito all’abuso delle misure restrittive previste dal DMCA, ricevendo in cambio solo “minacce legali prive di fondamento e richieste di scuse”.

Si va dunque alla sbarra: Megaupload ha avviato la causa contro UMG accusando la major musicale di aver messo in atto una vera e propria censura nei confronti del video su YouTube, un video in cui gli artisti coinvolti si limitavano a esprimere opinioni e che UMG non aveva il diritto di far rimuovere sulla base dei soli contratti siglati con gli artisti.

Megaupload trascina UMG in tribunale e nel contempo si erge a paladina della libertà di espressione, affermando il proprio coinvolgimento nella lotta all’approvazione del discusso disegno di legge SOPA. Per tutta risposta, UMG continua a inviare “takedown notice” a YouTube contro le “Mega Song” che proliferano incontrollate e risponde alle accuse di Megaupload: almeno uno dei nostri artisti è interessato a far rimuovere i video incriminati per l’uso non autorizzato della sua immagine, dice l’etichetta statunitense.

Alfonso Maruccia

Punto Informatico