NGN, per le telco tocca a Google pagare

10 apr 2011 · News ed Eventi

Appello in sede istituzionale per addossare le spese infrastrutturali alle grandi net company. Che, secondo Telecom e Asstel, nel modello attuale incassano a ufo gli introiti maggiori

Roma – L’audizione sulle Ngn alla Commissione Lavori Pubblici del Senato è stata la sede dove le telco hanno lanciato un appello moderatamente allarmante: la rete italiana sarebbe al collasso, e per reagire ha bisogno che a pagare per le infrastrutture future siano anche le net company (Over The Top).

Stefano Parisi, ex-AD di Fastweb e presidente di Asstel, ha detto che, se finora la rete di telecomunicazioni italiana “ha retto bene”, non potrà più farlo per molto, e anzi ha pronta una prospettiva di collasso: “Nel giro di 5-6 anni non reggerà più perché il traffico sta aumentando in maniera esponenziale”. Per evitarne la fine “servono ingenti investimenti ma non con soldi pubblici”.

Al contempo neanche le aziende telefoniche possono da sole sostenere gli investimenti dovuti anche a mantenere l’attuale qualità di servizio, e comunque non potrebbero farlo solo con i soldi che vengono dai proprio clienti.

Se non sono né le telco né Governo a dover tirare fuori i soldi, sul tavolo rimangono solo le grandi net company. Nelle conferenze di settore italiane il discorso era già stato accennato, ma stavolta si nominano Google e le altre grandi aziende ICT direttamente e in sede istituzionale: esse, spiega d’altronde Parisi, “riescono a portare a casa ricavi senza compartecipare alle spese della rete”.

Parisi già in passato aveva parlato di free rider anche con un altro bersaglio, chiamando in quell’occasione in causa il WiFi pubblico ritenuta una malevole abitudine per gli utenti che ritengono gratuito un servizio che invece a loro costa.

L’intervento dello Stato, insomma, deve essere non economico né attuativo, ma esclusivamente normativo e ben calibrato: una norma che imponga semplicemente un trattamento commerciale uguale per tutti sarebbe altrettanto sbagliato. Occorre, spiega ancora, “ricorrere a modelli di gestione del traffico non discriminatori per mitigare gli effetti della saturazione della rete e garantire che tutti accedano nel modo migliore ai contenuti che cercano”.

Per garantire le risorse per il potenziamento delle infrastrutture ed evitare così “il sovraffollamento di Internet – ha rincarato Luigi Gubitosi, amministratore delegato di Wind – occorrerà trovare una maniera di avere una sorta di cost sharing per far sì che i grandi player di Internet come Google, Yahoo!, Amazon e Facebook, contribuiscano alla spesa stessa”.

“Il coinvestimento – ha detto parlando del passaggio alla fibra ottica – è essenziale per raggiungere risultati in tempi ragionevoli. Importanti sono anche tempi e modi dello switch off tra rame e fibra ottica”.

Sul coinvolgimento dei cosiddetti over the top il fronte delle telco è unito: secondo Bernabé non solo fanno “ricavi importantissimi”, ma “non lasciano occupazione e risorse fiscali in capo ai paesi in cui vengono realizzati”. Tutto questo è generato dall’attuale modello di business che permette loro di raggiungere “a livello mondiale, ricavi totali analoghi a quelli conseguiti dagli operatori di rete per l’accesso a Internet (circa 130 miliardi nel 2010), pur non essendo gravati dagli elevati investimenti infrastrutturali di questi ultimi”.

E per questo “la sostenibilità dell’Internet del futuro non dovrà, né potrà, naturalmente, essere garantita attraverso un aumento dei prezzi al dettaglio, ma attraverso meccanismi che aumentino la contribuzione degli over the top“.

Telecom Italia, in ogni caso, ha affermato che non interromperà i suoi di investimenti e dopo i 3,1 miliardi di euro del 2010, nel triennio 2011-2013 investirà in Italia ulteriori 8,7 miliardi.

Prima di arrivare a parlare concretamente di nuove normative, piani e organizzazione del piano di passaggio alla fibra ottica, peraltro, ancora sul piano politico la questione delle competenze in materia: il capogruppo della commissione Lavori pubblici e Comunicazioni del Senato ha per esempio lanciato la proposta di passare la gestione delle NGN dal Ministero dello Sviluppo economico a quello delle Infrastrutture, in modo che utilizzare lo strumento del project financing sia più agevole.

Intanto l’AD di Alcatel-Lucent, Gianluca Baini, ha parlato di una cooperazione di sistema che guardi alle imprese e alle istituzioni, lo ha fatto a Milano in occasione del summit che ha visto riuniti i vertici della Regione Lombardia, esponenti del mondo accademico tra cui il Politecnico di Milano, le istituzioni e le telco. Nella stessa occasione è stato annunciato l’accordo triennale di collaborazione tra Alcatel-Lucent e la Fondazione Politecnico di Milano. In base ad esso verranno finanziati una ventina di ricercatori nei campi più avanzati della ricerca nelle tecnologie di comunicazione ottica ad altissima velocità.

Infine, la questione delle frequenze resta ancora in sospeso: non è ancora stata accertata la disponibilità degli 800 Mhz che le TV locali dovrebbero liberare ma per cui sembrano decisamente intenzionate a fare ostruzionismo.
E senza la certezza della loro liberazione tutta la gara rimarrebbe bloccata, così come i 2,4 miliardi di di euro di entrate previsti dal Governo: “È urgente – ha detto l’AD di Telecom Italia Bernabé – una celere razionalizzazione dell’uso dello spettro radioelettrico da parte delle emittenti locali, in modo da garantire agli operatori mobili la certezza giuridica di acquisire, nei tempi più brevi, l’effettiva disponibilità della banda di frequenza a 800 MHz che sarà oggetto di gara”.

Claudio Tamburrino

Punto Informatico