Report, ovvero la voglia di stupire

13 apr 2011 · News ed Eventi

di L. Annunziata – Peccato che, nell’ansia di fare lo scoop, la trasmissione di Rai3 incappi nel più classico degli errori. Ovvero fare sensazionalismo su argomenti che avrebbero bisogno di maggiore attenzione da parte del pubblico

Roma – La puntata di Report andata in onda ieri sera su Rai3, condotta come di consueto da Milena Gabanelli, non è stata il miglior esempio di giornalismo di inchiesta a cui la redazione del programma ha abituato il suo pubblico. Non è questione di sentire invaso il proprio campo, da addetti ai lavori, è questione di approccio: l’approccio di Report è stato drammatico e sensazionalista, tutto il contrario di quello che sarebbe stato utile per portare all’attenzione del pubblico televisivo – tendenzialmente un pubblico diverso e meno alfabetizzato digitalmente di quello che frequenta con assiduità la Rete – problematiche come quelle relative alla privacy e i nuovi modelli di business del gratis a tutti i costi.

È bene chiarirlo: se lo scopo dei giornalisti di Report era di sollevare un vespaio, di certo ci sono riusciti. Peccato che, siamo proprio nel peggiore dei casi, si sia finiti tutti a guardare il dito che indica invece della Luna: ma la responsabilità, per molti motivi, è del linguaggio e dell’approccio scelti per realizzare il servizio. Non che i problemi legati alla privacy e alla gestione della profilazione da parte di search engine e social network non esistano: su Punto Informatico se ne parla da anni, e non sono argomenti che possano essere liquidati come ininfluenti rispetto allo sviluppo della civiltà digitale. Ma, proprio per questo, il risultato del tritacarne televisivo è stato lacunoso.

Nel complesso, è positivo che in TV siano passati 75 minuti di avvertenze sui rischi dell’utilizzo spregiudicato della Rete. Il problema è che, a oggi, neppure gli addetti ai lavori sanno esattamente quali siano le soluzioni a questioni come il diritto all’oblio, spam, la gestione della privacy su servizi che hanno sede legale in paesi con legislazioni diverse (a volte molto diverse) dalla propria, sulla responsabilità dei fornitori dei servizi stessi alla luce di discipline nazionali, comunitarie, internazionali. Limitarsi a liquidare la questione con un “noi contro voi” è un errore, così come relegare in coda la più centrale questione di come in Italia si vuole e si sta legislando in materia di Internet.

Prendiamo un esempio su tutti: quello della mamma che ha visto il video di sua figlia, poco più che neonata, messo in onda in TV in prima serata. È un colpo duro per la mamma, ed è giusto che sia indignata: soprattutto perché chi ha usato quel video prelevandolo forzosamente dal Web, ovvero Mediaset, è la stessa azienda che fa causa a Google per le clip del Grande Fratello su YouTube. Ma, e l’errore a giudizio di chi scrive è tutto qui, Report ne fa un problema di privacy partendo dal lato sbagliato: l’errore è sì di chi prende il video senza chiedere il permesso, ma anche di chi mette il video su YouTube senza curarsi di renderlo privato, senza conoscere quindi adeguatamente lo strumento che utilizza per sfruttarlo al meglio.

Altro esempio di curiosa interpretazione dei fatti, che per chi non è addetto ai lavori diventa l’unica fonte di informazione, è la vicenda Vividown: Google punita perché non ha fatto il controllo preventivo del video? Tecnicamente è impossibile, checché ne dica un giudice. È per questo che la sentenza che ha condannato tre dirigenti Google, per questioni relative alla gestione della privacy, ha fatto ridere mezzo mondo: la Gabanelli, commentando il pezzo del servizio appena andato in onda, dice che la sentenza è stata raccontata male, ma allo stesso modo lei pecca di competenza sull’analisi del contesto in cui essa è maturata e sulle conseguenze che avrà. La questione, sul caso Vividown, è tutt’altro che chiusa.

Il grosso problema, per il quale non si può liquidare il Report di ieri come un semplice prodotto generalista andato in onda su una rete generalista, è il tentativo di far passare Google, Facebook come entità che sono pronte a regolare e determinare l’esito delle nostre vite a prescindere dal nostro comportamento. Più corretto, e più lungimirante, sarebbe ricordare come siano l’alfabetizzazione digitale e la diffusione della conoscenza (anche tramite Internet) lo strumento adeguato a prevenire che situazioni sgradevoli – come trovarsi pubblicati annunci pseudo-pubblicitari in bacheca, come lamentava una signora a un certo punto – possano ripetersi, come sia la dimestichezza con gli strumenti anche complessi che si vanno a utilizzare a prevenire conseguenze indesiderate.

Non ce la si può prendere con Internet se non la si utilizza con saggezza, se si inserisce al suo interno materiale di cui un giorno potremmo pentirci: Internet è uno strumento, come un martello, una spada. Non ce la si può prendere con Internet, coi social network, se un ragazzino di 13 anni o meno si mette a chattare con chiunque su Facebook senza la supervisione di un adulto. Non si capisce per quale motivo Google, che è un’azienda enorme rispetto al contesto in cui opera, dovrebbe avere un rapporto con il singolo cliente assolutamente personale e corretto come non hanno le multinazionali dell’universo “fisico” e molti più anni di lavoro sulle spalle: è materialmente impossibile, in una realtà di risorse scarse, riuscire a garantire a tutti, sempre, il miglior comportamento e atteggiamento possibile.

Il risultato dell’operazione di ieri, in un contesto come quello della prima serata di una rete nazionale, è stato di trasmettere inquietudine rispetto a Internet: un posto fatto di pericoli che si annidano dietro ogni angolo, che ti può costare denaro, il posto di lavoro, la tranquillità e la serenità. Per cavarsela con un paradosso, è come se si dicesse che ogni volta che si esce di casa c’è il rischio di essere investiti o derubati: è vero, è statisticamente possibile, ma è un’eventualità remota così come lo è beccarsi un virus in Rete o farsi fregare le credenziali dell’email. Se si va in giro per luoghi malfrequentati, in Rete e nel mondo, si aumentano queste probabilità: ma non c’è un rischio immediato per chi naviga, così come non c’è quando si va al supermercato a comprare il latte.

Infine, la questione del modello di business: è indubbio che il freemium, il gratuito, le valute virtuali, la monetizzazione di questi servizi siano un punto interrogativo enorme che pende sul futuro di queste imprese. Ma non si può trascurare il fatto che queste aziende si muovano in una zona grigia, che non è ancora stata battuta dai legislatori, e nella quale si muovono come meglio ritengono sia per i propri obiettivi: se questo viola la legge, possono essere denunciati (con le suddette problematiche di foro e legislazione competente, visto che spesso risiedono in nazioni diverse dall’utente); se quanto fanno non incontra il favore del pubblico, il pubblico può boicottarle o fargli comunque mancare il supporto dei numeri di cui hanno bisogno di per sopravvivere. È, per l’appunto, libero mercato.

Internet, come abbiamo ripetuto in diverse occasioni, è ormai oggi soprattutto un terreno di caccia per nuovi affari. Dimenticarselo crea un doppio problema: trascurare l’importanza del “vil denaro” in tutte le questioni, e per tenere accesi i datacenter il denaro ci vuole, e penalizzare l’eventuale nascita e crescita di nuove forme di imprenditoria, che creino sviluppo e ricchezza. Se i cittadini italiani non vanno su Internet perché hanno paura dei virus, allora non ci sarà alcuna speranza di digitalizzare e rendere più efficiente la macchina dello Stato; altre nazioni, meno spaventate, creeranno fiorenti ecosistemi digitali che ci lasceranno indietro, relegandoci a paesi di seconda fascia nella nuova economia.

Luca Annunziata

Punto Informatico