Smartphone, tv, auto, fabbriche l’open source nelle nostre vite

29 mar 2012 · News ed Eventi

Dall’informatica di consumo alla ricerca medica, passando per le industrie: spesso non lo sappiamo ma molti dei software che usiamo tutti i giorni sono a codice libero: già pronto, economico e modulare di FRANCESCO CACCAVELLA

PIÙ LA SOCIETÀ digitale evolve, più l’open source, il modello di distribuzione libera e gratuita del software e del suo codice sorgente reso popolare dalla distribuzione Linux, guadagna fiducia e attenzione. Una delle ultime previsioni della società di analisi Gartner dedicata a questo mercato ha indicato che, nel 2016, il 99% delle principali aziende utilizzerà almeno un software open source (era il 75% 2010). E, il più delle volte inconsapevolmente, lo stesso stanno facendo oggi milioni di persone.

I vantaggi sono innegabili. Il software open source è già pronto, economico, modulare. Ma è anche di qualità. Secondo una ricerca pubblicata da alcuni giorni fa dalla società di analisi software Coverity, i software open source hanno anche meno difetti dei software con codice proprietario. La ricerca ha confrontato, con procedure automatiche, 45 software open source e 41 software a “codice chiuso” rilevando come, nel primo caso, la densità di difetti (ossia il numero di difetti riscontrati suddiviso per le dimensioni del codice con cui è programmato il software) sia pari, in media, a 0,45, mentre quella dei software proprietari sia pari a 0,64. Poco importa che, paragonando software dalle dimensioni equivalenti, la forbice diminuisca quasi a scomparire. Importante è che la ricerca definisca quanto tutti sapevano da tempo: il software

open source è progettato con qualità.

Un bene per l’industria. Per dirla con Mark Shuttleworth, il milionario fondatore di Ubuntu, una delle più diffuse versioni di Linux, il software open source “accresce l’innovazione tecnologica, ne consente l’accesso anche alle zone periferiche del mondo e permette ai programmatori di esprimere al massimo le loro capacità”. Il principio riceve conferme anche dall’ampia diffusione di progetti a codice aperto che, senza clamori, sono alla base di decine di attività quotidiane: quando usiamo il computer, quando navighiamo su Internet, quando usiamo lo smartphone, quando guidiamo un’automobile.

L’open source ci circonda. Usiamo software open source quando navighiamo su Facebook, su Twitter, su Google, su Wikipedia. Per dirne una, Facebook  probabilmente non sarebbe nato se Mark Zuckerberg  non avesse avuto a disposizione il linguaggio di programmazione PHP, basato su standard aperti e rilasciato con licenza libera così da poter essere utilizzato senza dover pagare diritti. Ancora oggi l’intera infrastruttura di Facebook si basa su software a codice aperto, software che chiunque può scaricare, installare ed utilizzare per i propri servizi.

Non stupisce che l’ambiente di principale utilizzo di software open source sia Internet: le tensioni libertarie maturate dai movimenti americani degli anni Sessanta, in cui affonda le radici il pensiero teorico dell’open source, hanno segnato  anche la nascita della grande rete (“io sono nato tra una marcia di protesta e un’occupazione universitaria”, dirà il fondatore di Linux, Linus Torvalds). Se navighiamo il Web usando Firefox o Chrome, il browser progettato da Google, stiamo usando due prodotti open source, che da tempo erodono vistose quote di mercato a Internet Explorer facendolo scendere al di sotto del 50% nonostante il navigatore sia preinstallato nel 90 per cento dei computer del mondo.

Open source è, naturalmente, anche Android, il sistema operativo per telefoni cellulari progettato da una cordata di imprese con a capo Google. Proprio per la sua natura open source, Android è libero di essere installato, e personalizzato, su qualsiasi dispositivo: dei 150 milioni di smartphone venduti nel mondo negli ultimi tre mesi del 2011, la metà, secondo i dati Gartner, sono stati dispositivi Android. E la stessa tendenza si vedrà presto nel mercato dei tablet.

A favore della diffusione dei software open source vi è anche la loro modularità: è facile adattare “pezzi” di software da un progetto ad un altro, senza dover necessariamente riscriverli da zero. Tizen, ad esempio, è un sistema operativo open source nato da Linux e da altri progetti a codice aperto che è destinato ad equipaggiare smartphone, Smart Tv, decoder per la tv digitale e così via.

L’open source in salotto. Un settore sempre più aperto al codice libero è quello dei televisori e dei dispositivi di intrattenimento domestico. Le moderne “Smart TV” hanno bisogno, per gestire i loro servizi “intelligenti”, di sistemi totalmente diversi da quelli delle televisioni di qualche anno fa. LG, ad esempio, permette di riprodurre sulle proprie TV i film, le canzoni e le foto conservati nei PC di casa utilizzando una rete interna e le tecnologie del software open source Plex, mentre il sistema operativo dei televisori Samsung è basato su Linux, tanto che alcuni programmatori ne hanno creato un sostituto chiamato Samygo.

Usiamo software open source anche se utilizziamo uno dei tanti box multimediali per visualizzare la cosiddetta IPTV, la televisione via connessione ADSL. Sia Cubovision, il prodotto di Telecom Italia basato su MeeGo, sia il Tiscali TvBox utilizzano tecnologie aperte.  Open source sono anche la maggioranza dei software di gestione degli hard disk multimediali, gli apparati che, connessi ad un televisore, permettono di riprodurre filmati, musica o foto conservati in hard disk interni.

Pinguini &C. nella auto. Necessità simili, avere un buon software già pronto all’uso da poter adattare a propri prodotti, hanno spinto Ford a dar vita al progetto OpenXC, una piattaforma composta da software basato su Android e hardware basato sul progetto italiano Arduino open source che permette di leggere i dati dell’automobile e registrarli per poter essere utilizzati nell’auto stessa o in applicazioni per smartphone o PC.  Al momento è presente, ad esempio, negli ultimi modelli di Ford Focus e Ford Fiesta, ma può essere adottato liberamente da qualsiasi altro produttore. Meego, il progetto da cui è nato Tizen descritto poco fa, è invece stato adottato da BMW per essere utilizzato nei navigatori delle sue automobili, mentre BMW e altri produttori sono consorziati nel consorzio Genivi nato per supportare l’adozione di software open source nei sistemi di infotainment delle autovettura.

Se si entra in fabbrica. I settori più innovativi dell’informatica di consumo utilizzano software open source e libero e, ciò fanno anche le industrie più complesse, come quella aerospaziale o automobilistica. Ma open source non è solo software o hardware. In una presentazione tenuta ad una TED Conference lo scorso Giugno, Jay Bradner, un ricercatore dell’istituto di medicina di Harvard, ha descritto come il suo laboratorio è riuscito a produrre una molecola (la molecola JQ1) in grado di rallentare il processo di riproduzione di geni tumorali. Al momento dell’intuizione iniziale il team di Bradner ha coinvolto colleghi di tutto il mondo per cercare aiuto e al momento della scoperta, quando la molecola era pronta, al posto di tenerne segreta l’identità chimica, come farebbe una casa farmaceutica, l’ha pubblicata per permettere a tutti di utilizzarla. Bradner ha chiamato questo processo una “ricerca open-source sul cancro”. “La libertà di collaborare con gli altri è fondamentale per avere una buona società in cui vivere e questo per me è molto più importante di avere un software potente e affidabile”. A questo, forse, pensava Richard Stallman, padre del movimento del software libero, quando, in una conferenza, gli fu chiesto di chiarire il senso più profondo dell’open source.

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