Un 2010 in rosso per l’Italia in digitale

24 dic 2010 · News ed Eventi

di Guido Scorza – Banda larga e libertà di espressione, diritto d’autore e digitalizzazione della PA: il bilancio italiano. Non siamo stati un paese per Internet

Roma – La fine dell’anno è tempo di bilanci e di propositi per l’anno che comincia. Il bilancio del 2010, per quanto concerne le questioni legate alle regole della Rete ed alla politica dell’innovazione in Italia si chiude – e non è, sfortunatamente, la prima volta – in rosso.

Nella relazione al bilancio, con formula sintetica, potrebbe scriversi che i tentativi – in taluni casi riusciti ed in altri falliti – di mettere bavagli e legacci alla Rete ed ai contenuti che attraverso essa circolano, sono stati decisamente più numerosi delle proposte – in nessun caso attuate – di guardare ad Internet ed all’innovazione come ad uno stimolo e, soprattutto, come ad una opportunità di riconoscere ai cittadini nuovi spazi di libertà ed inedite opportunità di confronto, partecipazione ed accesso all’amministrazione della cosa comune.E-commerce, Amministrazione digitale, libertà di informazione, infatti, sono rimaste, per tutto il 2010, solo ambizioni, speranze ed obiettivi perseguiti con scarsa convinzione e, comunque, non raggiunti.

Uno spaccato assai poco confortante della situazione italiana l’ha offerto, dal suo osservatorio privilegiato, il Presidente Corrado Calabrò, nel corso di un’audizione dell’agosto 2010 dinanzi alla IX Commissione trasporti, poste e comunicazioni della Camera dei Deputati. Gli stessi “dati che ci vedono ai primi posti in Europa sul fronte dei prezzi dei servizi tradizionali e della concorrenza infrastrutturata ci classificano sotto la media UE per diffusione della banda larga… e siamo sotto la media anche per il numero di famiglie connesse a Internet, oltre che per la diffusione degli acquisti online e per il contributo dell’Information Communication Tecnology al prodotto interno” ha detto Calabrò. Che ha poi aggiunto: “Il nostro Paese è il fanalino di coda nel commercio e nei servizi elettronici. Le imprese vendono poco sul web; la quota di esportazioni legate all’ICT è pari al 2,2% e relega l’Italia al penultimo posto in Europa”. “Il futuro presuppone l’ultra banda, le reti di nuova generazione in fibra ottica con capacità di trasmissione sopra i 50 Mbit/s, mentre l’Italia ancora ha difficoltà – ha dichiarato lo stesso Calabrò – a chiudere il piano per il digital divide – che vuol dire, sostanzialmente, far accedere tutti oggi a internet alla potenza della tecnologia di ieri – e non si accinge a fare un passo decisivo verso la fibra”.

Non si tratta, sfortunatamente, di dichiarazioni pessimistiche ma, al contrario, di un quadro che riproduce fedelmente la realtà.

Nel 2010, gli investimenti nell’infrastruttura necessaria a garantire agli italiani l’accesso ad adeguate risorse di connettività a banda larga sono rimasti un miraggio e, anzi, nello scorso mese di novembre, il Comitato Interminestariale per la programmazione economica ha deciso di ridurre l’appostamento da 800 a 400 milioni di euro, destinati, peraltro, comunque a non essere spesi sino a quando – non è dato sapere né come né quando – il Paese non uscirà dalla crisi.

Non sono andate meglio le cose sul versante dell’amministrazione digitale che pure ha rappresentato il “tormentone” propagandistico del dicastero del Ministro Brunetta.
L’idea di regalare a tutti gli italiani un indirizzo di posta elettronica certificata, salutata dal Ministro dell’innovazione come “la più grande riforma dal dopo guerra ad oggi” si è rivelata – come peraltro facilmente prevedibile – un autentico flop, tanto che al Ministero dell’innovazione hanno dovuto oscurare il “contatore” relativo agli indirizzi di CEC PAC assegnati (la posta elettronica certificata “omaggio” del Ministro ai cittadini italiani): a dispetto delle “profezie milionarie” di Brunetta, dopo oltre 6 mesi, non riusciva a superare l’assai poco lusinghiero risultato di qualche centinaio di migliaia di indirizzi.

Allo stesso modo nonostante la recentissima approvazione di una, peraltro modesta, riforma del Codice dell’Amministrazione Digitale, la nostra amministrazione rimane saldamente ancorata alla carta ed ad abitudini dure a morire.
Chi avesse qualche dubbio può leggere l’avvertenza riportata in rosso sul frontespizio della nostra Gazzetta Ufficiale della Repubblica: “AVVISO ALLE AMMINISTRAZIONI – Al fine di ottimizzare la procedura per l’inserimento degli atti nella Gazzetta Ufficiale telematica, le Amministrazioni sono pregate di inviare contestualmente e parallelamente alla trasmissione su carta come da norma, anche copia telematica dei medesimi (in formato word) al seguente indirizzo di posta elettronica: gazzettaufficiale@giustizia.it, curando che nella nota cartacea di trasmissione siano chiaramente riportati gli estremi dell’invio telematico (mittente, oggetto e data)”.
517 caratteri, spazi inclusi che valgono meglio di centinaia di pagine a convincere di come, l’amministrazione digitale, allo stato, sia davvero solo un piccolo miracolo propagandistico dell’Era Brunetta.

Nel corso del 2010, il Paese è saldamente rimasto ancorato all’antico anche in materia di Internet e diritto d’autore.
L’anno è, infatti, iniziato con il varo della nuova disciplina sull’equo compenso per copia privata, un sistema di regole finalizzato a dragare risorse economiche per oltre 100 milioni di euro all’anno dall’industria ICT e dai consumatori per affidarli alla SIAE affinché li redistribuisca secondo oscuri meccanismi ai più fortunati tra i titolari dei diritti quale indennizzo per il presunto – mai dimostrato né dimostrabile – pregiudizio sofferto per effetto delle copie private delle proprie opere eseguite da alcuni tra i consumatori acquirenti di supporti e dispositivi astrattamente idonei ad essere utilizzati per la registrazione di contenuti digitali.
Nel mese di ottobre, la Corte di Giustizia, ha, indirettamente – ovvero attraverso una sentenza resa su richiesta dei giudici spagnoli – bacchettato anche l’Italia, ricordando che l’equo compenso per copia privata non può essere richiesto quando non sussista una almeno probabile destinazione commerciale del supporto o del dispositivo ad ospitare un contenuto coperto da diritto d’autore. In SIAE ci si è affrettati a precisare che la nostra disciplina sarebbe – non è chiaro né come né perché – conforme alla disciplina europea benché esiga l’indiscriminato versamento dell’equo compenso a fronte della vendita di ogni genere di supporto e dispositivo.

L’anno apertosi così, sempre sul fronte del diritto d’autore, si è chiuso con il lancio da parte dell’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni di una consultazione pubblica su uno schema di regolamento volto a disciplinare la tutela della proprietà intellettuale in Rete. Si tratta, nonostante le apparenze, sotto molteplici profili, di una delle più preoccupanti derive della politica dell’innovazione degli ultimi tempi. Una disciplina complessa e delicata quale quella del diritto d’autore, infatti, si ritrova ad essere integrata all’esito di mini-confronto all’interno delle segrete stanze di un’Autorità Amministrativa anziché attraverso un ampio dibattito parlamentare come accaduto, negli ultimi mesi, nel resto d’Europa.
Questioni legate alla libertà di informazione, alla circolazione dei contenuti digitali ed all’enforcement dei diritti di proprietà intellettuale, vengono ridotte a poco più che tecnicismi, ipotizzando di voler risolvere ogni controversia in materia attraverso procedimenti da esaurirsi in cinque giorni, privando così, pressoché integralmente, i responsabili della pubblicazione di ogni diritto alla difesa.
Siamo di fronte a leggi marziali adottate in tempo di pace ed all’istituzione, in seno all’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni, di un’autentica Corte Marziale con potere di vita o di morte su ogni contenuto digitale immesso in rete.
Si tratta di disposizioni che, pur in assenza di qualsivoglia effettivo presupposto di necessità ed urgenza, dispongono un’inaccettabile compressione del diritto di difesa ed impongono un’inutile accelerazione dei tempi di definizione di procedimenti complessi, attualmente trattati dall’Autorità giudiziaria ordinaria in intervalli di tempo ben più rilassati.

La recente iniziativa dell’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni è, d’altra parte, figlia del famigerato decreto Romani cui, certamente, va l’Oscar quale peggiore iniziativa legislativa del 2010.
Si tratta – anche se ormai sono in pochi a non saperlo – del provvedimento attraverso il quale, l’allora vice-ministro alle Comunicazioni Paolo Romani, oggi Ministro dello sviluppo economico, ha deciso di trasformare, per legge, Internet in una grande TV, minacciando – in parte con successo – di imporre a milioni e milioni di cittadini italiani, oneri economici e burocratici insostenibili per la condivisione di idee ed informazioni, in Rete, in formato audiovisivo. Sin troppo evidente l’intento perseguito dal Governo: frenare e burocratizzare il nuovo, nel tentativo, di allungare, artificialmente, la vita al vecchio, ovvero, alla televisione di un tempo ed ai suoi Signori.

Difficile, nel lasciarsi alle spalle un anno come questo, nutrire fiducia per quello che verrà, specie se le “emergenze” in termini di politica dell’innovazione sono tante ed i problemi da affrontare per dare al Paese almeno una speranza di non trasformarsi in un’isola analogica nel mondo digitale richiederebbero ben altro approccio e ben altra capacità di ascolto, comprensione dei fenomeni, apertura mentale ed indipendenza.
Sono tante le questioni che il nuovo anno imporrà all’agenda politica: la disciplina dell’informazione dopo il caso Wikileaks, il grande tema della responsabilità degli intermediari destinato ad incidere in maniera diretta sul livello di libertà di informazione dei cittadini, la speranza di un’amministrazione che – anche attraverso le nuove tecnologie – si apra davvero ai cittadini sul modello di quanto avvenuto negli USA con l’OpenGov caro al Presidente Obama e, last but not least, le questioni connesse alla promozione della cultura digitale e del mercato dei contenuti audiovisivi.

Nessun dubbio che, nel 2010, l’Italia non sia stata un Paese per Internet. E nel 2011? Auguri all’Italia in digitale, ne abbiamo davvero bisogno!

Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione
www.guidoscorza.it

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